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Blaz

ha scritto una recensione su Yakuza 6: The Song of Life

Cover Yakuza 6: The Song of Life per PS4

No, non è il voto che Yakuza 6 si merita.

Ma è il voto che voglio dargli.
Oggettivamente ci sono tantissime cose sulle quali la serie può ancora migliorare, a partire da un comparto tecnico traballante, per quanto bello, con saltuari cali di frame e aliasing a manetta, espressioni facciali non esistenti nei dialoghi degli incarichi secondari che danno al tutto un aspetto più legnoso e distaccato (che stona tantissimo con le cutscene principali girate con un realismo, un'espressività e un'enfasi che fanno impallidire qualunque gioco attualmente sul mercato). C'è un certo riciclo di situazioni, non è un mostro di game design, spesso il combattimento risulta ripetitivo, specialmente alla presenza di un cospicuo numero di nemici. Ma questo ha ben poca importanza nel complesso, che è veramente ben fatto.

Da dove cominciare nell'elencare i veri pregi di questo gioco?
C'è molto da dire, ma preferisco essere sintetico. Molti dei pregi vanno scoperti giocando.
La ricostruzione digitale del quartiere a luci rosse di Tokyo e della tranquilla cittadina di Onomichi, nella prefettura di Hiroshima, è magistrale, accurata e immersiva come non ti aspetteresti mai.
La bellezza di questa serie, da questo lato, è che fondamentalmente, nonostante il cambio di hardware e di motore grafico, la piantina della città principale è sempre rimasta la stessa. I luoghi sono tutti riconoscibili, iconici e sempre presenti. Eppure è stata arricchita con un notevole numero di interni visitabili senza caricamenti che approfondiscono l'esplorazione. Il senso di deja vù c'è, ma non come ti aspetteresti a un'occhiata superficiale. E' una calda familiarità, ma solo uno sfondo per la novità. La ricchezza di attività secondarie e minigiochi di qualunque tipo, vero punto di forza della serie dal punto di vista ludico, è stata arricchita da un lato e sfinata dall'altro, eliminando alcune attività che non servivano e migliorando quelle che sono rimaste. L'unico appunto è che mancano le corse di 4WD, ma quello è più che altro riconducibile al periodo d'ambientazione.
In definitiva, sotto questo punto di vista, varrebbe la pena giocarci anche solo per poter girare per le strade del Giappone, visitare i ristoranti e i locali messi a disposizione del giocatore.
Il combat system è stato sottoposto allo stesso processo subito dai minigiochi, risultando più fluido, leggero e versatile, ma meno vario rispetto ai 4 stili dello 0 e del Kiwami. E' un cambio di filosofia, che riduce la quantità per migliorare la qualità. L'esperimento non è del tutto riuscito, ma le battaglie sono sempre divertenti da giocare e verso la fine si sbloccano molte abilità e mosse che contribuiscono a variare l'esito degli scontri.
Ma il piatto forte di questo gioco e di tutta la serie è il tipo di impronta tutta personale che riesce a dare alla storia.
Si parla moltissimo di porre l'accento sulla narrazione all'interno di un videogioco, ma ben pochi giochi riescono a farlo bene, trascinando emotivamente il giocatore senza essere troppo banali (per quanto un po' saccarini) come la serie di Yakuza, e specialmente questo sesto capitolo, nonostante pareri dei fan inizialmente un po' discordanti. Sicuramente il climax finale riuscirà a coinvolgere tutti coloro che si sono appassionati alla saga di Kazuma Kiryu, anche se la vera pecca è quella di non avere, questa volta, un boss finale e un cattivo "di rilievo" che dia vita a una boss fight soddisfacente ed epica come lo era per esempio quella di Yakuza 3 o dello 0.
Piccolo inciso, se vi piace Metal Gear Solid, sappiate che lo stile di tutto è vagamente riconducibile all'amato simulatore di scatole di cartone. Lo stile, la serietà dei dialoghi, trasuda Giappone da ogni poro, allo stesso modo tutti gli sbalzi di umore verso il ridicolo e la satira
Il sonoro è più curato di quanto possa sembrare. La OST è varia, spazia su più generi, è sempre adatta al momento. Il campionamento dei suoni ambientali è perfetto, e questo si nota sempre passeggiando per la città, ma soprattutto in particolari sezioni dove serve l'udito per individuare la presenza di alcuni personaggi legati a una storyline secondaria. Sul doppiaggio c'è poco da dire, è magnifico, se la storia non fosse bella, probabilmente il doppiaggio la trascinerebbe da solo.

In definitiva, il mio parere fa schifo. Perché il gioco è molto meglio di quanto io sia capace di descriverlo in queste 4 righe scritte di fretta. E se tu che stai leggendo hai un minimo interesse, una minuscola intenzione di giocare Yakuza 6, fallo e supporta questa serie sottovalutata che sta venendo riscoperta solo ultimamente. Ma se vuoi veramente godertelo, procurati Yakuza Kiwami e Yakuza 0 per capire almeno le basi della storia.

Ganbare.

Blaz

ha scritto una recensione su Dishonored 2

Cover Dishonored 2 per PC

*più che una recensione vera e propria si tratta solo di un semplice parere a caldo*
Questo gioco è un monumento di level design, art design, narrativa ambientale. Nonostante possa capire le critiche rivolte all'ottimizzazione e alla scarsa performance pure su console, sotto i pochi ma pesanti problemi tecnici c'è il mio GOTY 2016. In quelle 3 categorie Dishonored 2 ha alzato l'asticella, specialmente con la missione 4 e la missione 7, un testamento universale su come si fa un livello divertente e geniale, pieno di variabili che possono cambiare l'esperienza di gioco. E' davvero assurda la sensazione di trovarsi all'interno di un gioco che funziona come gioco, con tutti i cliché del caso, ma ha la coerenza e l'aspetto di un mondo verosimile pur non cercando assolutamente di essere cinematico e realistico. Ovviamente entro giusti limiti, perché tutti i giochi possono essere "rotti" se ci si impegna a trovare determinate falle. Fatto sta che nonostante l'enorme libertà concessa al giocatore raramente ho pensato che questa o quell'altra via fossero costruite apposta per permettermi di passare indisturbato, che fossero espedienti tipici di un videogioco e che da un punto vista estetico non avrebbero avuto senso in un mondo verosimile, ma tutto ha senso sia come gioco sia come mondo a parte, a differenza di altri giochi di stampo simile come i due recenti Deus Ex, pieni di condotti d'aerazione sparsi per i livelli e vie fatte apposta per permettere una facile navigazione furtiva anche se dal punto di vista funzionale non avrebbero senso di esistere.
Forse non avrà una trama piena di colpi di scena, ma ha un lore spettacolare che si racconta in maniera squisita tra dialoghi, libri, missive, situazioni e persino con le scritte sui muri, con i poster, con l'arredamento delle stanze, i materiali e l'aspetto degli edifici, i quadri, il vestiario degli NPC. E ci sono altri giochi che pur facendo la stessa cosa non ricevono critiche a riguardo, quindi perché dovrebbe rappresentare un problema in questo caso?

Blaz

ha scritto una recensione su Uncharted 4: Fine di un Ladro

Cover Uncharted 4: Fine di un Ladro per PS4

Recensione senza spoiler

Gli addii non sono mai piacevoli, ma per Nathan Drake il tempo dei saluti è al miele.
Uncharted 4 è la degna conclusione di un’ottima saga videoludica che, pur non brillando eccessivamente, ha (quasi) sempre saputo migliorarsi e offrire dei giochi che nonostante i loro limiti risultavano piacevoli e divertenti da giocare.
Le avventure del cacciatore di tesori, iniziate nell’ormai lontano 2007, sono sempre risultate intriganti e interessanti grazie al loro giocare con alcuni dei più grandi segreti della storia, pur non brillando mai in complessità ed evitando sempre di essere pretenziose, spesso anche prendendosi in giro o basando sezioni intere di gioco su valanghe di clichè tipici dei film d’azione Hollywoodiani. Ma è stato anche questo il suo punto di forza: Uncharted è sempre stato un gioco semplice ed efficace, che con i suoi personaggi altrettanto semplici, simpatici e con cui è facile identificarsi, colpisce dritto al cuore e alla mente di chi lo gioca.
Uncharted 4 prosegue sulla falsariga dei precedenti capitoli, ma migliora la formula in ogni singolo ambito fino a sfiorare la perfezione in alcuni aspetti. E’ un epico viaggio alla ricerca del tesoro perduto del pirata Henry Avery, della mitica Libertalia. Ma è anche un viaggio alla ricerca della maturazione, in cui Nate capisce cose molto importanti su di sé e sul suo futuro che porteranno poi allo splendido epilogo del gioco.
La struttura di Uncharted si è sempre basata su un alternarsi di sparatorie, sezioni di arrampicata molto guidate e scriptate, puzzle molto semplici ma d’effetto e splendidi filmati in-engine. Questa struttura nei precedenti capitoli aveva parecchi limiti dettati dalla linearità dell’azione, che era guidata persino nei più piccoli dettagli, con uso veramente eccessivo di eventi scriptati. Ma Uncharted 4 è un netto, enorme miglioramento rispetto al passato, senza però rinnegare le proprie radici: dove prima c’era un corridoio, adesso c’è una grande area esplorabile con cui approcciarsi nel modo preferito, stealth nonletale, letale, sparatoria in campo aperto, vie alternative accessibili grazie alle abilità di scalata e all’uso del rampino. Senza però dimenticare tutti quegli eventi scriptati a cui siamo abituati, come l’appiglio che si sfracella e fa accadere una conseguenza imprevista in precisi momenti del gioco, che però non sono fastidiosi e numerosi come in passato e aggiungono il loro all’esperienza di gioco, anche se ad alcuni potrebbero far storcere il naso.
Buona la varietà di strumenti di morte a nostra disposizione: più di 20 armi ben realizzate e divertenti da usare che contribuiscono ad aumentare ancora di più la varietà. La libertà non è però mai eccessiva fino a cadere nel banale come nel caso di alcuni Open World, i livelli corridoio ogni tanto ritornano ma sono usati nel modo e nel tempo giusto, per dare un attimo di respiro e consentire chiacchierate amichevoli tra i Fratelli Drake.
La difficoltà è calibrata bene nei suoi vari livelli, l’ultimo livello di difficoltà aggiunge anche dei pericoli e dei nemici in più oltre a migliorare l’intelligenza dei nemici, che durante le sparatorie è sempre sul pezzo e fa spesso uso di tattiche di accerchiamento e granate per stanare chi si rifugia troppo dietro un riparo. Non si può dire lo stesso quando si gioca in stealth: I nemici tendono a seguire gli stessi percorsi e sono facilmente aggirabili, questo è però compensato dalla loro abilità nel riconoscere un bersaglio nel giro di mezzo secondo, un tempo piuttosto ragionevole e simile agli standard di una persona normale con un cervello funzionante (almeno nella difficoltà “Devastante”, la loro cataratta aumenta però alla difficoltà Media rendendo lo stealth un modo molto facile di finire il gioco in quasi-scioltezza).
Anche la durata è ottima: Per terminare il gioco sono richieste una manciata di ore più del normale, con una longevità che si attesta sulle 12-18 ore e oltre per la prima run; con una buona rigiocabilità grazie ai collezionabili, che per fortuna si mantengono tra le varie run, e ai bonus ottenibili dopo aver finito il gioco come i trucchi per le armi, bullet-time, skin per i personaggi, modalità di rendering alternative e anche pacchetti sonori, il tutto supportato dalla presenza del multiplayer che ancora non ho provato.
Tecnicamente il gioco è semplicemente il migliore che si sia visto su PS4, con buona pace di The Order che non ha mai dovuto confrontarsi con ambienti così grandi e che fa un uso smodato di effetti fastidiosi di Post Processo per mascherare qualche difettuccio grafico qua e la. Splendidi paesaggi come la costiera amalfitana con la sfarzosa Villa Rossi, le colline scozzesi, il panorama esotico del Madagascar e la misteriosa Libertalia prendono vita con un realismo sopraffino. Uno dei pochi giochi su console ad avere un antialiasing perfetto, modelli degli ambienti ma soprattutto dei personaggi a livelli ineccepibili. I filmati in-engine hanno una cura maniacale per le più piccole espressioni del viso. Qualche riserva sulle ombre, ma non si può avere tutto e con l’hardware a disposizione, Naughty Dog ha davvero fatto un mezzo miracolo.
Parlando di paesaggi e ambientazioni, va detto che essi prendono vita grazie anche a un’ottima cura del sonoro: campionamenti di passi, rumore di sassolini e stivali sullo sterrato, il laccio del rampino, acqua che sgorga, ogni singolo rumore del gioco è campionato in maniera tecnicamente ineccepibile e valorizza ancora di più gli scenari, meno ispirati ed esotici rispetto al passato, più tendenti al realismo e al naturale e che perciò vanno supportati da queste cose. C’è da parlare anche della colonna sonora: è buona ma, a parte per qualche brano, non indimenticabile: Si fa notare un po’ di più rispetto alle altre colonne sonore simil-film che vanno di moda, ma fa il suo sporco lavoro e non ci si può lamentare.

In conclusione, senza parlare troppo della trama ricca di riferimenti al passato e di risvolti importanti per le vite dei personaggi, che tutti i fan della serie dovrebbero assaporare senza spoiler di alcun tipo, Uncharted 4 è una delle migliori esclusive PS4, sicuramente tra le prime due, e posso definirmi soddisfatto e felice di aver accompagnato Nathan Drake nella sua ultima, spettacolare avventura.

Blaz

ha scritto una recensione su Hotline Miami 2: Wrong Number

Cover Hotline Miami 2: Wrong Number per PC

Il seguito di Hotline Miami è un gioco solido che rispetto al suo predecessore migliora in alcuni aspetti ma purtroppo, almeno secondo me, peggiora in un aspetto molto importante: il level design.
Ma partiamo con ordine:

Il gameplay di HM2 è, analogamente a quanto visto in HM1, spettacolare: Fluidissimo, con un feeling delle armi da fuoco lievemente migliorato e caratterizzato da una violenza esagerata e un ritmo incalzante davvero lodevole.
A differenza del primo Hotline Miami, i personaggi utilizzati non si limitano a due: questo riduce la quantità di maschere/variazioni di stile possedute da un singolo personaggio, ma aiuta a caratterizzare meglio i personaggi stessi, che risultano unici e piacevoli da usare grazie a particolari chicche: il Detective Manny Pardo ha un fucile a pompa nel retro del suo furgone ed è in grado di cambiare rapidamente la mano con cui lo utilizza per sparare più velocemente, Mark è in grado di sparare contemporaneamente con due armi, Alex e Ash sono due personaggi che vengono controllati contemporaneamente e che si coprono a vicenda, Beard è un soldato in grado di alternare un'arma da fuoco all'uso di un coltellino e tanti altri con le proprie caratteristiche che ne modificano l'utilizzo. Una scelta che ho apprezzato ma che alcuni potrebbero non condividere, in quanto, seppur migliorando la varietà nel complesso, spesso ti costringe ad approcciarti al singolo in livello in maniera più limitata.

Lo stile grafico, nella sua semplicità, è ben realizzato: colori sgargianti, neon e altissima saturazione fanno assomigliare il gioco a un trip di acidi, quest'ultima osservazione è anche supportata dalla meravigliosa soundtrack synthwave che ben si abbina allo stile di ogni livello.

La storia è interessante ed è raccontata spostando il focus di ogni episodio raccontando eventi riguardanti i personaggi che spaziano dal 1991, ai fatti riguardanti il primo HM (1989) e all'ipotetica Guera alle Hawaii contro i Russi, in cui partecipa il personaggio di Beard.

Ma dov'è quindi la nota dolente del gioco?

Rispetto al primo Hotline Miami, dove l'azione era focalizzata all'interno di edifici, di conseguenza in spazi stretti, il secondo Hotline Miami presenta ambientazioni più grandi ma spesso gestite male: non saranno poche le volte in cui verremo uccisi da qualcosa oltre lo schermo che non possiamo vedere e spesso il gioco costringe ad attirare i nemici uno ad uno oppure a farti vedere e poi tornare in copertura e proseguire a tentoni, spezzando il ritmo dell'azione che era sicuramente più uniforme nel primo capitolo.

Nonostante questo difetto il gioco rimane divertentissimo, assuefante e valido sotto quasi tutti gli aspetti ed è sicuramente tra i migliori giochi usciti in questo, ormai passato, 2015: una perla che, assieme al primo, merita di essere giocata.

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