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Ginger

ha scritto una recensione su The Evil Within

Cover The Evil Within per PS4

You don't look so good.. you should take better care of yourself!

Scrivo adesso la recensione di un gioco concluso quattro giorni fa.
La scrivo adesso perché in questi quattro giorni sono stato a pensarci su, non sapendo esattamente cosa scrivere, indeciso fino all'ultimo se pubblicare un parere ultrapersonale, di quelli che assomigliano quasi a delle poesie, descrivendo con paroloni commoventi quello che ho di fatto provato emotivamente giocando a quest'opera, o se scrivere quello che tutti vogliono sapere: com'è la grafica, il sonoro, la trama, se è difficile e quanto dura questo odiatissimo, quasi da tutti, The Evil Within. Alla fine tenterò di fare entrambi, perché nel 2017 non sono io a dovervi dire la scheda tecnica di un gioco uscito quasi quattro anni fa..

Partiamo col dire che di The Evil Within ho sempre e solo sentito parlar male. Lo massacrarono Quei due sul server, nel periodo in cui ancora seguivo il loro canale; lo criticò parte della critica specialistica; lo bocciarono in toto i pochi amici che lo comprarono, e che lo dropparono qualche giorno dopo. Ho dovuto aspettare di conoscere qualche nuovo utente su Ludomedia per cominciare a trovare posizioni diverse, ma pur sempre distaccate, nei confronti dell'ultima fatica di Mikami.
Quando, un mese fa, ho deciso di acquistarlo (30 euro, nuovo) partivo con il più grande timore che un videogiocatore può nutrire dopo aver sborsato una cifra non proprio ridicola: che il gioco faccia cagare.
O meglio, che il gioco si dimostri per quel che tutti dicono che sia. E cioè una farsa sulla falsariga di Resident Evil 4 in cui si spara, e tanto, e non si ha mai paura, in un delirio incomprensibile con fasi squallidamente scriptate e tra cali di madonne e frame rate.
Lo provo.

Come scrissi la sera stessa, i primi due capitoli 'sono andati giù che è un piacere', riprendendo le parole di un vecchio poeta milanese. Basterebbe questa prima ora di gioco per capire di che pasta è fatto The Evil Within ed interpretarlo adeguatamente.
The Evil Within vuole essere un incubo, e lo è in ogni singolo passo che Castellanos compie, dal principio alla conclusione del suo viaggio. Il videogiocatore è chiamato a vivere quest'incubo, e Mikami glielo fa vivere nella maniera più geniale, più bella e profonda che si potesse fare: scriptando. Mikami sa che un videogiocatore cerca, pad alla mano, il potere nel mondo di gioco in cui si addentra.
Quando guardiamo un film, noi siamo solo spettatori di un qualcosa già scritto, diretto e vissuto esclusivamente da altri. Chi sceglie di affrontare il linguaggio videoludico è conscio del potere che il Gamepad pone nelle mani del giocatore, e Mikami questo potere lo distrugge: ti fa credere di avere tanti modi per raggiungere un singolo obiettivo, ma non ne hai neppure uno. Ti fa sprecare pallottole, energia e scorte per raggiungere un punto che poi scompare. Crea ambienti potenzialmente ricchi di punti con cui interagire, ma lo crea statico, asettico e inviolabile anche da parte del videogiocatore stesso: è questo l'incubo vissuto dal gamer.

E poi la malinconia, la tragicità nascosta dietro la brutalità e la miseria che nutre i villaggi abbandonati e i castelli arroccati di The Evil Within. Quel 'Clair de lune' che ti salva la vita anche se stai per perderla, a secco e con una motosega che quasi ti porta via una gamba. Ti spinge a combattere, a metterti in salvo, a rifugiarti angosciosamente in quelle mura bianche e silenziose sella Safe Haven. Tatiana è lì che ti guarda, che fa i fatti suoi. Tu vorresti parlare, ma non puoi. E nel frattempo l'orologio a pendolo ti ricorda che là fuori c'è un mondo che ancora ti sta aspettando, e che la tua pace è un illusione destinata a finire.

Dopo questo momento da poeta maledetto, passiamo ai tecnicismi: graficamente va strabene. L'horror ha bisogno di atmosfera, e chi pensa che l'atmosfera sia direttamente proporzionale al fotorealismo può smetterla di comprare horror. Il sonoro è perfetto: la soundtrack passa da Debussy a Bach con lunghi inquietanti silenzi d'intermezzo. Cali di frame ce ne sono diversi, che spesso limitano l'esperienza di gioco, e mi chiedo come sia possibile che un gioco non riesca a stare fermo almeno sui 30 fps con tanto di bande nere. La difficoltà è quella degna di un gioco horror: poche munizioni, pochissimi kit medici, tanti boss ben costruiti e visivamente potenti, anche se privi di una profondità narrativa che un Pyramid Head poteva avere, potenziamenti del protagonista che non lo rendono mai davvero capace di dominare la situazione. Castellanos si muove come se avesse una pigna ficcata nel culo, e non me ne può fregare di meno. Se avete più di 12 anni dovreste sapere la differenza tra un semplice difetto ed uno limitante, e per ora salvo i cali di frame non ce n'è neppure uno..

La trama si sviluppa a tasselli, tra soluzioni visive da horror puro (durante la fase completamente al buio nella Save Room e durante i primi minuti del capitolo 6 mi stava partendo l'applauso) ed intreccio che si rifà alla tradizione horror spagnola, psicologica e cervellotica, e tiene incollati allo schermo per tutti e 15 i capitoli di gioco, con qualche momento altissimo ed altri (sopratutto nella parte centrale) ben più banali anche per via di conglomerato di personaggi principali e comprimari che non riescono mai a decollare, Castellanos compreso, e per una suddivisione in capitoli che sinceramente non capisco, considerato che The Evil Within andrebbe vissuto come un viaggio, mentre invece risulta frammentario, come se ogni capitolo fosse un gioco a sé stante..

In conclusione, questo The Evil Within funziona, e alla grande.
È un survival difficile, che ti pone di fronte alle tue paure, a un mondo che non conosci e che ti spaventa, che ti da poco o nulla per combatterlo e che di fa franare la strada proprio quando eri a due passi dalla soluzione finale. È visivamente straordinario, con dei giochi di luce e di bui che mettono i brividi. Un sonoro che toglie il fiato (Ho pianto la prima volta che ho sentito Debussy, per un motivo che non sono tenuto a dire, ma era giusto farvelo sapere rotfl) e una storia che si lascia seguire volentieri, anche se banalotta per chi è più avvezzo al cinema horror. Da Mikami mi sarei aspettato qualche corsetta della domenica mattina in meno e qualche momento più profondo, più 'vuoto' in termini di nemici e trappole, più riflessivo.
Tuttavia rimane un must per gli appassionati dei survival horror, che ha qualche momento da horror più puro e psicologico, che rimane in vetta tra i titoli di questo genere usciti negli ultimi 6/7 anni e che rompe il culo a quelle cagate di Outlast e Outlast 2 che non si sa come hanno ottenuto il triplo del successo e delle vendite.

Pace <3

P.s. Non ho preordinato il 2 solo perché Reita mi ha distolto dal farlo