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L'Arte e i videogiochi

Quando l'intrattenimento è solo un pretesto.

Tante volte ci siamo meravigliati di fronte ad un gioco.
A volte per la sua grafica perfettamente aderente alla realtà, altre volte per la sua eccezionale riproduzione delle leggi fisiche.
E poi, anche se si tratta di occasioni un po' più rare, ci siamo lasciati catturare dalla sua trama, o dalla bellezza dell'ambientazione, o semplicemente per alcuni concetti trasmessi all'interno di esso.



Del resto i videogiochi che hanno fatto la storia si sono sempre distinti perché avevano qualcosa di più profondo del semplice intrattenimento videoludico.
Basti pensare a due fra i primi brand videoludici che hanno esplorato appieno il rapporto fra videogioco e arte: la saga di Final Fantasy e quella di Legend of Zelda.
Entrambe sono certamente divertenti da giocare, propongono un buon gameplay e all'epoca rappresentarono una vera rivoluzione.
Tuttavia, pur non volendo sminuire assolutamente la bontà prettamente videoludica di queste due pietre miliari, il vero motivo per il quale "A Link to The Past" è spesso motivo di una lacrimuccia sul viso di parecchi giocatori, non solo di vecchia data, è dato da quello che una trama apparentemente semplice, ma capace di colpire dritto al cuore, ha aggiunto al titolo.
Per la prima volta il videogioco cercava di trasmettere valori morali quali la bontà, la giustizia, l'eroismo e il rispetto della natura.
I boschi di Hyrule, i profondi dungeons, la Triforza... Tutti elementi che contribuivano a dipingere un mondo fortemente simbolico, bello da vedere ancora oggi, nonostante gli ovvi limiti tecnici dello SNES.
Il fine ultimo di questo affresco fatto di pixel era, e continua ad essere, la volontà di raccontare una storia dove il Bene trionfa sempre e comunque. Ad alcuni può sembrare scontato, ma oggi le persone hanno bisogno di speranza, una speranza che non si può trovare nell'ennesima kill a Call of Duty, né nell'ultimo mirabolante episodio di Crysis.



Final Fantasy, invece, nonostante presenti tutti gli elementi artistici che caratterizzano l'epopea di Link, se ne differenzia per una spiccata profondità psicologica che gli sviluppatori di Square Enix hanno donato ai suoi personaggi.
Senza andare troppo indietro nel tempo, il settimo episodio della serie, sicuramente il più amato e giocato di sempre, presentava personaggi che, nella loro ambiguità, riuscivano a rappresentare ognuno di noi.
Da Cloud ad Aerith, passando per il malvagio (ma sarà poi veramente malvagio?) Sephiroth, ognuno di loro era la rappresentazione dell'essere umano, immerso nelle sue contraddizioni e nei suoi dubbi.
Una storia che, oltre all'evidente valore didattico e morale, proponeva insomma un realismo caratteriale che è tipico del teatro e della commedia, senza contare poi le vette raggiunte dal punto di vista artistico e musicale, con ambientazioni e musiche che si completavano a vicenda.



Da questo momento in poi, agli sviluppatori fu chiaro il potenziale che i videogiochi potevano avere.
Final Fantasy ottiene ancora oggi un notevole successo, nonostante gli ultimi capitoli non esattamente al top, mentre Legend of Zelda continua a mantenere standard elevati a dispetto degli anni che si porta sul groppone.



Nel tempo, abbiamo visto la pubblicazione di altri giochi che continuavano sulla stessa scia delle due saghe appena citate.
Ico e Shadow of The Colossus, entrambi ad opera di Fumito Ueda e del suo team , hanno rappresentato uno spiraglio di luce in un mercato (perché purtroppo di questo si parla oggi) ormai saturo di titoli di impronta action o first person shooter.
Entrambi gli intrecci narrativi sono basilari, le linee di dialogo sono pochissime ed essenziali, ma i rapporti di fiducia reciproca che si creeranno fra Ico e Yorda, piuttosto che fra Wanda e il suo cavallo Agro, sembrano non necessitare di alcuna parola.
Si vaga soli in un castello immenso, in lande desolate, alla ricerca di una via di fuga o dell'ennesimo nemico da affrontare, nel caso di Wanda.
Il silenzio regna padrone, tutto sembra immobile, ogni cosa è ammantata di sacralità.
Un'impresa che sembra impossibile si rivelerà poi un viaggio per scoprire noi stessi, inteso anche e soprattutto come "noi videogiocatori".



Un titolo che forse può essere considerato come il rappresentatore per eccellenza dell'arte videoludica è sicuramente Okami.
Il concetto alla base dell'opera è semplice quanto geniale: noi impersoniamo la dea Amaterasu, discesa sulla terra sottoforma di Lupo per sconfiggere una volta per tutte il malvagio demone Amaterasu, che lentamente uccide il mondo.
Per farlo utilizzeremo un Pennello Celestiale, che ci permetterà di ridisegnare tutto ciò che è stato abbandonato dalla vita.
Far rifiorire un ciliego con una pennellata è una delle cose più emozionanti e simboliche che siano mai state rappresentate nell'ambito del nostro media.
La Dea Amaterasu è un Lupo, quasi a simboleggiare come l'uomo non sia capace di riesumare la Natura che lentamente sta ammazzando.





Ad oggi, le trame dei videogiochi si fanno spesso molto complesse, tanto da rivaleggiare in alcuni casi con i grandi kolossal hollywoodiani.
Titoli come Assassin's Creed e Bioshock hanno trattato temi importanti e attuali, e difatti possono essere considerati dei nuovi classici moderni.
Ma è giocando a The Elder Scrolls V: Skyrim, quinto episodio della celeberrima saga di giochi di ruolo edita da Bethesda, che mi sono reso conto di quanto ormai pixel e textures siano solamente versioni tecnologiche di pennelli e scalpelli.



La mappa di Skyrim è vasta, dettagliata, piena di scorci naturali da mozzare il fiato, e soprattutto è piena di storie.
Tutti, dal più grande degli Jarl al più semplice dei contadini, avranno qualcosa da raccontarci, andando così a fornire le tessere di un mosaico semplicemente immenso.
La morale del gioco è, neanche a dirlo, nelle nostre azioni. Noi, videogiocatori del XXI secolo, siamo abbastanza maturi da capire cosa è giusto o cosa è sbagliato?
Chi lo sa, sta a noi decidere se comprare qualcosa o rubarla, se ottenere tramite il dialogo un determinato oggetto o prendercelo a suon di spada.



I videogiochi, dunque, nella loro profondità, nelle emozioni che riescono a trasmettere, possono essere considerati arte, arte pura capace di smuovere gli animi.



La domanda, allora, diventa un'altra: in un'epoca come la nostra, dove sono i soldi a dettare legge, i videogiochi possono essere considerati ancora arte?
La risposta, probabilmente, è a metà.
Giochi in grado di emozionare esisteranno sempre, o almeno questo è ciò che ci auspichiamo, ma saranno forse di meno, o semplicemente meno conosciuti rispetto al nuovissimo sparatutto appena uscito piuttosto che all'ennesimo titolo sportivo uguale a sé stesso da sempre.



Per favore, se devo divertirmi, fatemi sognare mentre lo faccio.

pubblicato alle 18:38 del 26/03/2013

Condiviso da Okami e un altro.Piace a 7 persone

 

**lacrimuccia**
non concordo solo con questo "ennesimo titolo sportivo uguale a sé stesso da sempre.", lo sport è quello e non si può cambiare

 

ma in un simulatore di calcio(ad esempio) spiegami che cosa cerchi, mi sembra ovvio che non ci sia una trama, ed inserirla sarebbe una cavolata pazzesca,e comunque i videogiochi sportivi di adesso stanno raggiungendo la perfezione in termini di realismo, e secondo me anche questa è arte: cioe riprodurre fedelmente la realtà in ogni piccolo dettaglio

 

D'accordo con quasi tutto direi. Articolo molto carino.
Sei anche riuscito a parlare in modo "normale" su titoli come Skyrim, AC ecc.
La cosa su cui ovviamente non condivido è che i giochi sono belli perchè vari, quindi l'annata senza giochi di sport o guerra non avrebbe senso in teoria, come non avrebbe senso la "non uscita" di giochi MOE, giochi stupidi ecc, anche perchè non sono comunque fatti per vivere storie o cose del genere asd
Per il resto va benissimo xd

 

Ovviamente sono opinioni personali. Cioè, a me piace un casino Call of Duty 4: Modern Warfare.
Quello per me è arte videoludica. Ma da MW 2 in poi si vede che è un palese copia e incolla.
Rimane un buon gioco (oggettivamente parlando, soggettivamente dico volentieri che mi fa cagare), ma non è arte videoludica, in quanto il fine principale è perseguire soldi e basta.
Non so se mi sono spiegato. Io non ho detto che magari non sono dei buoni giochi, tutt'altro: sono ottimi giochi, ma giochi e basta.
Per quanto riguarda i giochi di sport penso valga lo stesso discorso. Bisogna, secondo me, distinguere fra "arte videoludica" e videogiochi. Non tutti i videogiochi sono arte.
Non c'è nulla di male in tutto ciò :)
Il discorso è in realtà complesso, e non nego che comunque si tratta di pareri personali.
Ho dovuto affrontarlo in maniera oggettiva perché era un articolo >.>
Ma io rispetto i vostri punti di vista (c'avete ragione)
Solo volevo dare una mia personalissima visione :)

 

Ma no, non sto andando contro quello che hai scritto, anzi.
Ora ho capito che comunque riconosci videogiochi di un certo tipo e non, quindisì, ti sei spiegato tranquillo asd
Certo, non sono d'accordo su MW2, ma lì si parla comunque di pareri personali, ma ammetto che col resto sono d'accordo, e sei stato bravo nello scrivere il tutto in modo molto oggettivo, parola ormai "tabù" in questo sito. Bravo ahsisi