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Diego Fusaro

L'elogio ipocrita dell'immigrazione da parte dell'èlite neofeudale e dei suoi oratores della sinistra del costume non si spiega unicamente in ragione dell' «esercito industriale di riserva» che i migranti vanno a costituire, abbassando i costi della forza lavoro e accrescendone la debolezza.
I migranti per il tecnoturbocapitalismo sono gli schiavi ideali: ricattabili, senza coscienza di classe e disposti a tutto per sopravvivere. Accanto a questo motivo, e a esso connesso, ve ne è un altro. Il nuovo profilo antropologico coessenziale al tempo della precarietà a tempo indeterminato corrisponde a quello dell'uomo senza identità e senza radici; il quale è, al tempo stesso, uomo migrante deterriorializzato, apolide e sradicato, sempre pronto, valigia alla mano, a spostarsi seguendo i processi della delocalizzazione della volatilizzazione dei capitali. In virtù del fatto che, nel regime della precarità assoluta del finanz-tecnoturbocapitalismo, ogni progetto e ogni legame risultano a tempo determinato, il soggetto deve sapersi distaccare disinvoltamente da tutto, abbandonando non solo l'ideale della stabilità lavorativa e affettiva e, in più generale, la sfera della "eticità" (Sittlichkeit) di hegeliana memoria. Deve anche, in pari tempo, affrancarsi da ogni radicamento territoriale, mantenendosi pronto a improvvise migrazioni e all'inseguimento, al di là dei mari e dei confini, delle cosidette "sfide della tecnoturboglobalizzazione". In altri termini, è chiamato a congedarsi da ogni idea di territorialità, di casa fissa e di stabile "focolare domestico"; e, dunque, ad aderire al "cattivo tecnoturbouniversalismo postplanetario nazionale" della mondializzazione come sdradicamento obbligato, che riduce gli esseri umani a enti neutri e disponibili su carta planetaria, ad atomi erogatori intermittenti di forza lavoro fisica e neuronale. E' sotto questo effetto che emerge il nesso simbiotico che lega la flessibilizzazione delle masse e il nuovo paradigma antropologico dell'uomo migrante, con annesse e altamente ideologiche della flessibilità e della migrazione come stili di vita contraddistinti dell'indipendenza e della varietà e contrapposti alla precedente eticità stabilizzata borghese e proletaria. Diciamolo senza perifrasi: il tecnoturbocapitale non mira a integrare i migranti. Aspira, invece, a disintegrare i non ancora migranti, affinchè questi ultimi si adattino allo stile di vita apolide e nomade, senza fissa dimora e senza radicamento tipico dei primi.