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Randolph Carter

ha scritto una recensione su The Evil Within

Cover The Evil Within per PS4

Quale dei due? Nessuno, grazie

Dopo circa 14 ore ho terminato questo viaggio, non sempre leggero, nel malato e marcio mondo di The Evil Within. Scrivo ora la recensione perché, nonostante il titolo vorrebbe fornire una longevità di molto superiore, tra trofei e modalità ng+, non credo che lo riprenderò più in mano, o almeno non lo farò sicuramente per molto tempo. Le aspettative relative al titolo erano piuttosto alte, essendo capitanate da nientemeno che Mikami, padre della storica saga di Resident Evil. E se è vero che più l'aspettativa per un gioco è pesante, più il gioco fa rumore quando cade, in questo caso il tonfo ha causato un terremoto. Si dovesse riassumere il titolo con una parola, quella parola sarebbe "incostanza".
il gioco è un avvicendarsi di capitoli molto diversi l'uno dall'altro, senza riuscire a portare realmente a un gameplay omogeneo. La sensazione alla fine infatti è di non aver capito effettivamente quale fosse la natura più profonda del gioco. A capitoli capaci di raggiungere vette horror piuttosto alte (uno tra tutti il capitolo 9, a mio parere il più bello e forse l'unico significativo di tutta l'opera, che mi ha riportato davvero alle origini e alle emozioni dei primi resident evil) si alternano capitoli rispetto cui non hanno nulla da invidiare i cabinati più scalcagnati delle sale giochi, con fasi di shooting piuttosto approssimative e fuori luogo. Insomma, l'idea che sorge spontanea è che ad animare il gioco siano due anime completamente diverse, incapaci di amalgamarsi: l'horror più puro e tecnicamente ricercata (in dose minore) e lo splatter sparatutto caciarone e trash (in dose decisamente maggiore). Il ritmo di gioco risulta pertanto essere l'elemento più rotto, ma non l'unico. Dal punto di vista tecnico non si grida al miracolo: texture abbastanza tristi, effetto pop up ricorrente, cali di frame non indifferenti e un input lag nei comandi che, con lo scopo di rendere le animazioni più realistiche e verosimili, ha il solo risultato di tirar fuori cristoni nelle fasi di gioco più concitate.
altro punto debole del prodotto è la narrazione: i passaggi fondamentali comprensibili sono pochi, presenti in due o tre capitoli su quindici totali. Il resto è lasciato sottinteso, forse alla fantasia del giocatore, che effettivamente nelle parti noiose del gioco, tempo per pensare ne ha in abbondanza. Neanche alla fine la narrazione si dipana o si epicizza, regalando un quindicesimo capitolo anzi tra i peggiori (insieme al dodici e, in generale, agli ultimi).
Nota di merito al design delle ambientazioni, decisamente ispirate, e al design delle boss fight, spesso ambientali e ansiogene, l'unico punto del gameplay decisamente riuscito.
insomma, tutt'altro che un capolavoro. Si fa giocare e finire, ma dopo di ciò il suo luogo torna ad essere lo scaffale impolverato. Un gioco destinato ad essere dimenticato, con un Mikami che sembra aver dimenticato come produrre giochi horror validi salvo rinsavire ogni tanto con qualche capitolo per poi tornare in amnesia. Un gioco dalle due anime destinato a scontentare il pubblico di entrambi i generi.

6.5

Voto assegnato da Randolph Carter
Media utenti: 7.8 · Recensioni della critica: 7.9