Grow Up – Recensione
Bud il robot continua ad avere seri problemi di deambulazione. Sgraziato, impreciso, probabilmente persino cavo, data la particolare fisica che governa il suo corpo durante i salti. Eppure, Bud il robot è anche terribilmente simpatico e divertente, ché nella società moderna è così che vanno le cose. Per questo, pur tradendo la sua natura, comunque ibrida, da progetto indie, Bud il robot è tornato con un seguito che, dopo il buon successo di Grow Home, riporta su PC e console l'esplorazione botanica e spaziale ideata da Reflection Studios sotto l'ala del colosso Ubisoft.
INDIE, SÌ, MA CON STILE
Si impreca un sacco, in Grow Up. Almeno quanto lo si faceva nel predecessore. E la cosa, tanto per intenderci, è pure voluta e incentivata. Bud, infatti, è finito su un misterioso pianeta a seguito dell'impatto tra la sua astronave e degli asteroidi. Dieci pezzi da recuperare sfruttando la flora locale, opportunamente catalogata e riproducibile in qualsiasi momento e circostanza, e le nuove abilità del protagonista. Si trattasse solo di camminare per il pianeta saltando di fiore in fiore, infatti, ci sarebbe da lanciare il pad contro il muro. Con violenza. E invece no, Bud il robot è upgradabile tramite aggiornamenti e nuove parti meccaniche, che ne muteranno, nel corso della più o meno breve avventura, abilità e capacità. Superato lo sconforto dei primi minuti, quando la struttura metallica con due braccia, due gambe e un testone fatica a raggiungere punti neppure troppo impervi, ecco che la struttura ludica del titolo si allarga e si espande verso nuove possibilità. In primis, quelle di un gameplay che punta tutto sull'esplorabilità del pianeta e quindi degli ambienti, saggiamente sviluppati in verticale. Si scala tanto, in Grow Up, sfruttando le doti da arrampicatore in dote agli arti superiori di Bud.
Bud il robot è anche terribilmente simpatico e divertente
Pure, si salta, si vola, ci si arrotola in un meccanismo quasi perfetto di causa – effetto che, pur facendo a pugni con qualsiasi dettame fisico assimilato via platform negli ultimi vent'anni, rivendica originalità e ardita contestualizzazione. Lo studio e la classificazione delle piante incontrate sul pianeta permette la riproducibilità delle stesse, immediata e veloce. E allora, piantare un fungo in un punto servirà a raggiungere un arbusto da scalare e, poi, da piantare per toccare uno strano albero che, a sua volta, dovrà essere riprodotto in quell'altro punto, a caccia di cristalli o pezzi di navicella. Funziona? Sì, funziona. Funziona meno, invece, tutto il contorno che, fedele alla nuova tradizione del franchise, si porta dietro alcuni difetti già registrati nel precedente capitolo. Ovvero, la scarsa leggibilità della mappa e le bizze di una telecamera non sempre attenta o precisa, specie durante i salti. Tecnicamente, pur con tutti i problemi di pop up ingiustificato da un dettaglio solo sufficiente, il gioco sa pure farsi apprezzare. Reflection ha creato un mondo, meglio, un pianeta artisticamente valido, con una palette di colori sgargiante, stilosa, piacevole e un comparto sonoro che, proprio come l'interfaccia, strizza l'occhio alle produzioni anni '90. Tutto il contrario di Bud il robot, sgraziato, goffo, impreciso, ma con due braccia, utilizzate per arrampicarsi con l'alternanza dei dorsali, forti così. È inutile girarci intorno, sono simpatici forte i tipi così. Proprio come quei giochi che, nati quasi per caso, riescono, con una manciata di buone idee e una buona direzione artistica, ad entrare nel cuore dei videogiocatori.
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