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Virginia - recensione

Dover rinunciare a qualcosa apparentemente imprescindibile deve sempre essere considerato un fatto negativo? Dai limiti e dai compromessi possono nascere delle idee vincenti e potenzialmente estremamente interessanti? Domande complicate che ci hanno inevitabilmente assillato dopo aver letto la storia del team di Variable State e aver completato (più di una volta) la loro opera prima: Virginia.



Nel 2014 Jonathan Burroughs, già sviluppatore in EA e Rare, decide di fondare insieme all'amico Terry Kenny (GTA: San Andreas e GTA IV) una software house indipendente che nasce da interessi comuni e passioni condivise. Sono gli anni di Kentucky Route Zero e Gone Home, e della nascita di un nuovo tipo di avventure che riuscirà ad avere una presa non indifferente su una buona fetta di pubblico. A ispirare il duo di sviluppatori è però un titolo decisamente meno acclamato e ricordato dal grande pubblico: Thirty Flights of Loving.



In un periodo in cui ogni idea sembrava troppo ambiziosa per poter essere realizzata concretamente da uno studio indie, l'utilizzo del montaggio cinematografico all'interno del normale contesto di gameplay proposto da Brendon Chung aveva rappresentato una svolta non indifferente per Variable State e per la creazione dell'opera di cui oggi vi parliamo in questa recensione.

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22 settembre 2016 alle 17:10