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Batman: Arkham VR - recensione

Nel mio periodo puberale ho avuto decine di storie d'amore. La prima è stata con Lamù, ancora ricordo il primo incontro con lei a casa mia. Poi ci fu la bella Kyoko di Maison Ikkoku e dopo di lei Saiaka e l'indimenticabile doppietta Reika/Beauty. Peccato che tutte queste storie avessero un ostacolo insormontabile, lo schermo che ci separava: non ho mai amato le storie a distanza.



Crescendo ho vissuto la fase dell'immedesimazione, durante la quale sognavo di vestire i panni di Hurricane Polymar, Kyashan, Actarus e ovviamente Haran Banjo, sempre per via della doppietta di cui sopra.



Fortunatamente quei tempi immaturi passarono e arrivarono quelli della consapevolezza. Improvvisamente sapevo chi volevo essere veramente: un personaggio affascinante, oscuro, tormentato ma al tempo stesso risoluto e potente. Che dava sicurezza a chi non aveva nulla da temere e che incuteva paura a chiunque provasse a varcare la soglia dell'illegalità. Passava metà della sua vita indossando una maschera e un mantello, il resto era un riempitivo in attesa della prossima missione.

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16 ottobre 2016 alle 10:40