Wild Guns Reloaded - recensione
Chi ha avuto la fortuna di crescere tra gli anni '80 e '90 avrà sicuramente vissuto il fenomeno videoludico ormai estinto dell'arcade, quegli stupendi cabinati presenti nelle sale giochi, veri e propri templi del medium videogioco che offrivano il top per quanto riguardava l'avanzamento tecnologico del settore.
In quelle magiche sale piene di cabinati, suoni e musichette che si sovrapponevano l'una all'altra, si poteva giocare veramente a ogni genere: dai picchiaduro a scorrimento ai racing, dagli adventure ai titoli sportivi, per non parlare dei simulatori come Afterburner o Super Hang-On. Tra questi generi però ce n'era uno che andava parecchio verso la fine degli anni '80. Si trattava probabilmente del precursore dell'ormai consolidato genere "bullet hell". Il capostipite di questo filone di giochi è stato probabilmente Cabal. Era un titolo in cui si comandava un soldato forsennato in stile Rambo che doveva affrontare un intero esercito fatto di soldati, paracadutisti, carri armati e camionette; tutto si svolgeva in una singola scena, con visuale in terza persona fissa e un ambiente 3D simulato con l'effetto profondità garantito dalla prospettiva.
In pratica, il giocatore si poteva muovere solo lateralmente, dovendo alternare con pazienza e raziocinio le fasi di movimento e di sparo, assegnando la giusta priorità ai bersagli e cercando anche di raccogliere i vari power-up lasciati sul campo dai nemici eliminati. Nacquero in quegli anni tanti giochi sulla falsa riga di Cabal, uno su tutti l'indimenticabile NAM 1975. Ogni proposta aggiungeva qualcosa di nuovo, ma il gameplay core rimaneva sempre quello, ed era dannatamente avvincente, con una novità assoluta per l'epoca, gli ambienti distruttibili.
