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Micro Machines World Series – Recensione

Nostalgia canaglia. Canaglia per davvero perché, nel calderone di uscite estive dedicate ai ricordi, Micro Machines è, probabilmente, l'operazione meno riuscita. A pensarlo, con ogni probabilità, non saranno i “ggiovani” insensibili al fascino dell'irresistibile gameplay in stile anni '90 quanto, piuttosto, proprio i fan di vecchia data. Potrebbero essere proprio loro a sentirsi in parte traditi da una produzione che, lo dice l'importante monte ore speso sul titolo negli ultimi giorni, sembra sforzarsi di apparire per quello che non è. Purtroppo, pur non scendendo mai sotto la sufficienza nelle sue componenti, Micro Machines World Series è il titolo meno Micro Machines della storia. E anche il meno riuscito.
INFANZIA FELICE



Una serie, quella di Codemaster, che nasce in un contesto diverso e, soprattutto, con una qualità completamente diversa. È il 1991 quando le piccole ma curatissime macchinette, all'apice del loro successo come giocattoli, raggiungono anche il mercato dei videogiochi. L'habitat videoludico naturale è quello delle console 16 bit e, in particolare, il Mega Drive. Annusando le incredibili potenzialità multiplayer del titolo, il publisher inglese lancia, per la console Sega, una cartuccia che, oltre al software, si porta dietro anche due porte aggiuntive per i pad.



Chi, all'epoca, ha passato qualche ora in compagnia del gioco e degli amici, sa bene cosa volesse dire. In sintesi, l'apoteosi del divertimento, sdoganato nei seguiti e approdato, pure, sulla prima Playstation. Formula semplice, divertimento enorme. La formula, negli anni, è rimasta praticamente sempre la stessa. Ovvero, quella di un gioco di guida dall'alto con una forte componente multi locale. Oggi, anno 2017, quella stessa formula non avrebbe, probabilmente, avuto lo stesso peso di un tempo. E allora, avranno pensato in Codemasters, meglio cambiare, puntando tutto sull'online. Peccato che qualcosa, più nei livelli produttivi che nella filosofia d'approccio, sia andata storta.



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L'idea, sulla carta, è perfetta. Ovvero, cercare di traslare quelle stesse meccaniche da divano all'interno dei server. Purtroppo, piuttosto che mantenere lo stesso approccio, con gare specifiche dedicate a tipologie di veicoli specifici, in questo ultimo capitolo gli sviluppatori hanno optato per competizioni miste, dove il giocatore è chiamato a gareggiare su uno dei (soli) 10 circuiti scegliendo tra una lista di (soli) 12 mezzi. Insomma, sparite le gare di buggy, monoposto, carro armati, ecco comparire veri e propri calderoni, buoni per tutti e, proprio per questo, per nessuno.



Si tratta, a conti fatti, di un impoverimento della formula originale, che si ripercuote, in forma diversa, anche sul gameplay. Detto dei 12 veicoli, personalizzabili tramite skin estetiche e altri extra poco interessanti, a inficiare l'esperienza è, pure, la loro risposta. Nonostante le differenze in termini di prestazioni, peso e guidabilità, la giocabilità risulta poco profonda, soprattutto meno legata al tecnicismo rispetto al passato. E questo, appunto, ci porta ad un altro, fondamentale, aspetto. Il design dei circuiti, per quanto fedeli alla tradizione estetica della serie, tra tavole imbandite per la colazione, tavoli da biliardo e fornelli da cucina, è un po' piatto, facilmente assimilabile e, in definitiva, un po' anonimo.



Non tanto nell'aspetto, sia chiaro, quanto nella guidabilità. In questo contesto, l'introduzione delle armi, sembra più un tentativo per nascondere la povertà ludica di fondo, piuttosto che offrire una reale innovazione al gameplay. Insomma, il rischio è che, già al livello 10, dopo una cinquantina di gare, il titolo abbia già mostrato tutto quello che poteva offrire.



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MATURITÀ SCONSOLATA



Le concessioni alla modernità non sono neppure peregrine. L'idea, già accennata, di limitare praticamente tutte le modalità al moderno concetto di multiplayer, con un matchmaking piuttosto veloce, rende ogni gara combattuta e interessante. I piloti dell'IA, peraltro legati all'iconografia classica della serie originale, servono solo a tappare i buchi in caso di irreperibilità di altri giocatori umani. Resta, comunque, la possibilità di giocare in locale e, anche, di partecipare ad eventi settimanali, con regole diverse di volta in volta.



Il fulcro del gioco resta la gara, con lo sblocco delle varie leghe, cui si affiancano, pure, le modalità battaglia e eliminazione. Troppo caotica la prima, ben implementata la seconda, capace di incarnare bene il concetto competitivo dei vecchi titoli. Sotto l'aspetto tecnico, invece, c'è poco da eccepire. La visuale dall'alto, marchio di fabbrica della serie con un angolo leggermente più obliquo, restituisce un buon feeling, anche grazie all'uso sgargiante dei colori e alla riproduzione simpatica dei vari scenari che ospitano i circuiti, anche questi ereditati, con qualche variante, dalla serie originale.



Ben realizzate, pure, le macchinine, prese in prestito dai modellini sognati negli anni ‘90. La possibilità di modificarne, al netto dell'ottenimento o dell'acquisto di numerose skin, la loro estetica, rende un pelo più interessante la progressione, musicata da brani sempre incalzanti e “colorati”, pure loro, da un numero impressionante di frasi da battaglia, tutte riadattate in italiano.



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4 luglio 2017 alle 19:11