Milanoir - recensione
Il crimine è un qualcosa che attrae continuamente, col lato oscuro che sprigiona sempre un immenso carisma. Parliamoci chiaramente, un dannato antieroe è molto più interessante di un banale paladino senza macchia e senza paura. Seguendo questo filone in Italia si è sempre data una gran spinta al genere crime, con film e serie che hanno sicuramente alzato l'asticella qualitativa nostrana (leggasi Romanzo Criminale o Gomorra).
Il Belpaese ne ha di storie sordide da raccontare, ispirate a fatti reali o meno, ed oggi siamo qui per raccontarvene un'altra: Milanoir. Questo progetto indipendente tutto italiano porta in un videogame omicidi e tradimenti all'ombra del Duomo, e per farlo inscena un canovaccio ispirato ad un certo Quentin Tarantino. Ma saranno riusciti i ragazzi di Italo Games a rispettare le promesse fatte?
Per scoprirlo dobbiamo viaggiare indietro nel tempo, fino agli anni '70, e fare la conoscenza di Piero Sacchi. Il nostro "eroe" è un uomo specializzato nel risolvere brutte gatte da pelare, ed è anche lo scagnozzo preferito dal boss siciliano Lanzetta. Tutto sembra andare per il verso giusto a Piero, che con le sue abilità porta a compimento qualsiasi incarico, fino a quando non viene tradito con una soffiata anonima, vincendo un piacevole soggiorno nel carcere di San Vittore. Tra lo scadente cibo servito a mensa e i soprusi delle guardie, Sacchi medita una vendetta che non tarderà ad arrivare.
