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Ashen – Recensione

Nell'ormai lontanissimo 2009, grazie alla genialità del team nipponico FromSoftware e del suo papà, Hidetaka Miyazaki, si stava dando vita a quello che, da lì in avanti, sarebbe diventato un vero e proprio “filone”, apprezzato, seguito e che è finito col diventare un genere videoludico a sé.



Parliamo, nel caso non l'aveste ancora capito, del cosiddetto genere “soulslike”, vale a dire quel tipo di giochi che traggono la loro fonte di ispirazione, specialmente per quel che concerne il lato strettamente ludico, a opere quali Demon's Souls, Dark Souls e Bloodborne. Essendo grandissimi sostenitori del lavoro di Miyazaki, chiaramente, non possiamo che essere contenti di questa cosa. Vedere altre software house tentare di replicare, con alterne fortune, il lavoro svolto dalla compagnia giapponese è sempre un grande piacere, e ogni volta le aspettative sono sempre molto elevate, vuoi anche solo per la fame di “morire”, insita ormai nella nostra persona sin dai tempi del primo titolo del genere. Per questo motivo, quando è arrivato Ashen, la nostra reazione è stata allo stesso tempo felice, speranzosa ma, sotto sotto, spaventata dalla paura di una potenziale delusione.




Una volta provata, la coraggiosa creatura del team neozelandese A44 non ha fatto altro che dare un senso a tutte e tre le sensazioni di cui parlavamo poco sopra. Chiariamo subito un concetto importate: al netto di tutte le sue mancanze, Ashen è tra i titoli che più sono riusciti ad avvicinarsi ai primi “soulslike”, forse anche più di titoli dalla connotazione mediatica più importante, come The Surge, Nioh e altri ancora.



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Un “soulslike” per tutti i gusti



A fare la fortuna di Ashen è senza dubbio il fattore “familiarità”. Una volta avviata la partita, infatti, è davvero impossibile non notare le enormi similitudini tra i vari Dark Souls a cominciare da elementi fondamentali, quali il sistema di combattimento e la gestione – seppur, quest'ultima, con le dovute differenze – dell'inventario.



Il titolo dei ragazzi di A44 offre uno schema di comandi impossibile da non riconoscere: attacchi pesanti e leggeri (assegnati di default ai dorsali destri), la possibilità di impugnare un'arma a una mano, accompagnata magari da uno scudo nell'altra, o un'arma pesante a due mani, un tasto per la corsa/schivata, per il salto e, chiaramente, quello per l'interazione con l'ambiente e i vari NPC presenti. Anche sotto questo aspetto Ashen si dimostra davvero molto vicino alle opere a cui si ispira, con un mondo di gioco pregno di oggetti nascosti, agguati, trappole, “magagne” ambientali e segreti da scoprire, il tutto accompagnato da un livello di sfida in verità più che soddisfacente, con alcuni “picchi” di difficoltà in alcuni frangenti facilmente avvertibili. Anche sotto il profilo dell'introduzione a quella che è la trama di fondo, tutto ricorda molto quella del primo Dark Souls purtroppo però, senza riuscire a replicare lo stesso stile offerto dal comparto narrativo creato da FromSoftware. Con ogni probabilità, è proprio questo uno dei punti in cui Ashen fallisce maggiormente, portando sugli schermi una narrazione molto “piatta”, senza mai decollare e senza quell'epicità, quella solenne atmosfera, che solo i “soulslike” sanno offrire.



Dove Ashen riesce a convincere appieno è, invece, la caratterizzazione degli NPC di cui poco fa vi parlavamo. E non è soltanto il loro background narrativo a risultare piacevole e convincente, ma più in generale la loro gestione e il loro effettivo utilizzo all'interno delle meccaniche di gioco.



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Benvenuti nell'Asilo del Ramingo



Anche stavolta, ci troviamo di fronte a un qualcosa di già visto nelle altre produzioni del genere. Così come per Dark Souls, Demon's, Bloodborne e così via, anche in Ashen è presente un “hub” centrale, in cui i vari NPC che accompagnano nell'avventura il nostro protagonista, risiederanno, sia dal principio (in alcuni casi) sia successivamente, previo ritrovamento e “unlock” da parte nostra, chiaramente.



Una volta incontrato l'NPC di turno, infatti, questi vi saluterà e raggiungerà il cosiddetto Asilo del Ramingo (quello che è l'equivalente del Sogno del cacciatore) e via dicendo. Questi NPC, una volta raggiunto l'ospitale e pacifico luogo, oltre a fornirci missioni secondarie – chiamate “Imprese” – saranno anche fondamentali perché sbloccheranno nuove funzioni per il giocatore. C'è l'NPC che vi darà la possibilità di potenziare la fiaschetta, quello che vi aiuterà a forgiare oggetti come sigilli (l'equivalente delle Rune) per potenziare alcuni aspetti del personaggio o il “semplice” fabbro che sarà fondamentale per potenziare le vostre armi. Inoltre, quasi tutti gli NPC di turno possono accompagnarvi nella missione, seguendovi a ruota e sfidando senza paura le tante minacce disseminate per le lande del vasto mondo di gioco.



Gli NPC sono caratterizzati da un'intelligenza artificiale a tratti deficitaria, che spesso e volentieri dà vita a comportamenti veramente inspiegabili da parte dei nostri compagni di viaggio. A loro, poi, è strettamente legato anche il discorso “online”: se si decide di giocare in una partita “aperta” al pubblico, il gioco potrebbe rimpiazzare uno degli NPC proprio con un giocatore umano, o più precisamente con il suo avatar. La cooperazione “diretta” non è possibile: mentre giochiamo per conto nostro, il nostro avatar potrebbe tranquillamente finire in una partita altrui – un po' come accade coi drivatar nella serie automobilistica Forza – in modo completamente autonomo e senza alcuna ripercussione/vantaggio per la nostra persona. Più in generale, comunque, ci è apparso più semplice giocare in compagnia di uno degli NPC, anche per il discorso che prima facevamo sulle meccaniche che man mano si sbloccano familiarizzando con questi ultimi.



La voglia di esplorare e di cercare di legare il più possibile con il vasto mondo di gioco – di natura rigorosamente open world – premia sempre il giocatore, facilitandone parecchio la progressione all'interno dell'avventura. Dato che la componente esplorativa di ogni “soulslike” che si rispetti è chiaramente una di quelle predominanti, anticiparvi le eventuali scoperte toglierebbe buona parte del divertimento e per questo preferiamo non approfondire troppo la tematiche al fine di evitarvi spoiler.



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Uno stile derivativo, ma comunque autentico



Al netto delle enormi similitudini mostrate, Ashen mantiene una natura tutto sommato autonoma, distaccandosi pesantemente, su alcuni aspetti anche importanti, dai capostipiti del genere.



Una enorme, differenza, è dovuta alla presenza di una mappa di gioco, con tanto di indicatori per NPC, punti di respawn e obiettivi delle missioni varie. Non abbiamo certamente intenzione di dire che Ashen sia un videogioco facile da approcciare o che non rappresenti una sfida impegnativa, ma la presenza della mappa risulta, con ogni probabilità, una semplificazione importante e non trascurabile, che però funziona. Inoltre per la mappa, sono disseminati dei punti in cui è possibile ricaricare le fiaschette di cura, – le equivalenti delle Estus – altro fattore che, ci è sembrato, aiuti non poco il giocatore. Con ogni probabilità, il team neozelandese ha preferito optare per un approccio più leggero, un po' anche per testare il grado di apprezzamento della community giocante.



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Un comparto tecnico di alterno successo



Se il titolo si difende più che bene sotto il profilo dell'esplorazione e del sistema di combattimento, lo stesso non si può dire per altri aspetti della produzione, vuoi per scelta, o vuoi per gli ovvi limiti di natura strutturale, essendo il titolo, fondamentalmente, un indie.



Non risulta vincente, ad esempio, la scelta di limitare la progressione del personaggio e delle sue statistiche a uno stato nulla più che embrionale, limitato e quasi appena accennato. Non è possibile, infatti, personalizzare più di tanto il proprio alter-ego, e ciò incide pesantemente sulla godibilità generale: niente “build” quindi, e di conseguenza una rigiocabilità limitata. Altro fattore di dubbia riuscita è quello estetico/tecnico: se il gioco nasconde bene la natura di un progetto comunque a basso budget, con una resa grafica tutto sommato piacevole su Xbox One X – versione da noi testata – lo stesso non si può dire della varietà ambientale, da sempre fattore importante nella valutazione di un “soulslike”. Seppur piacevoli, le ambientazioni risultano spesso fin troppo anonime, offrendo al giocatore la sensazione di trovarsi all'interno di un mondo fin troppo spoglio e realizzato quasi con superficialità.



Tutto questo, comunque, ricordando sempre che si tratta di una produzione indipendente, ma che viene venduta a un prezzo non esattamente accessibile (39,99€) e che potrebbe scoraggiare quelli meno convinti dell'acquisto. C'è da dire, però, che Ashen è incluso sin dal day one nella libreria dei titoli di Xbox Game Pass, e quindi, risulta fruibile gratuitamente per tutti coloro in possesso di un abbonamento al suddetto servizio. A queste condizioni, qualora foste appassionati del genere, non potete assolutamente mancare l'occasione di provarlo.



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Ashen è, senza mezzi termini, uno dei migliori esponenti del genere “soulslike”: probabilmente il migliore tra gli “imitatori” del materiale originale. Con un sistema di combattimento familiare e complesso quanto basta, un livello di sfida sempre convincente e mai deludente e una buona longevità, il lavoro del giovane team neozelandese A44 risulta un prodotto di tutto rispetto, imperdibile per tutti gli appassionati del genere. Inoltre si rivela essere un buon punto di partenza per chi volesse avvicinarsi al genere grazie anche ad alcune “semplificazioni” operate sulla formula di gioco, come ad esempio la mappa e gli indicatori degli obiettivi da raggiungere. Peccato per un racconto insipido e completamente privo di epicità e per un comparto visivo splendido, ma sfruttato solo a metà. Ci piace pensare, comunque, che questo esperimento sia perfettamente riuscito e che questo Ashen possa avere in futuro, un successore magari “spirituale”, come accadde un po' con Dark Souls dopo Demon's Souls, capace di elevare la produzione a un livello superiore, senza la paura di competere con lavori più importanti.



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26 dicembre 2018 alle 18:50

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