Reverie – Recensione
Durante l'epoca d'oro degli 8 e 16 bit, i titoli Nintendo come The Legend of Zelda: A Link to the Past ed Earthbound erano tra i videogiochi più amati dai fan e ancora oggi tutti ricordano con grande nostalgia quelle vecchie perle. Le console e di conseguenza gli stessi videogame però si sono evoluti verso una grafica a tre dimensioni. Da questi ricordi nasce lo studio Rainbite Limited, ad Auckland, Nuova Zelanda, che prova a conquistare il mercato degli indie. Il motto del team è: “Siamo un piccolo team che costruisce giochi di qualità per gente di qualità” e da queste premesse nasce Reverie, un titolo che prende ispirazione dalle vecchie glorie Nintendo e che mira al cuore di tutti coloro che hanno amato i videogame d'avventura degli anni Novanta. Scopriamo insieme se Rainbite ha saputo ricreare quelle fantastiche atmosfere e innovare un genere ormai estinto, oppure ha semplicemente approfittato delle memorie dei più nostalgici.

Andiamo in vacanza!
Reverie è un titolo ambientato in un'isola immaginaria della Nuova Zelanda, terra natale della software house, e che prende ispirazione dalla folkloristica leggenda di Māui e il pesce gigante. Durante il corso del gioco prenderemo il controllo di Tai, un piccolo ragazzino che insieme alla mamma partirà per le vacanze estive per l'isola di Toromi in visita ai nonni. Sarà proprio il nonno di Tai a raccontarci la leggenda di Māui, un semidio con una canna da pesca creata dagli stessi dei, che perse la ragione e infestò l'intera isola di spiriti e creature mostruose. I fratelli di Māui, che partirono verso l'isola cercando di salvarlo, vennero corrotti anch'essi, diventando quattro spiriti malvagi.
Ben presto Tai scoprirà che non si tratta solamente di una storia narrata in un libro, ma al contrario l'isola dei racconti è proprio quella dove abitano i suoi nonni. Al giovane ragazzo toccherà così dover partire all'avventura per cercare di riportare la pace sul villaggio sconfiggendo i nemici e i boss che ci attenderanno durante il nostro cammino. La trama si sviluppa così in maniera davvero molto semplice e lineare, non ci saranno mai dei colpi di scena a sconvolgere l'azione di gioco e le poche side quest che troveremo si potranno risolvere in pochissimi minuti.

Un'arsenale micidiale
Come in ogni titolo del genere che si rispetti, a inizio gioco riceveremo l'arma principale che ci accompagnerà per tutto il gioco. Vi aspettate una classica spada? Dispiace deludervi, Tai sarà equipaggiato da una temibile mazza da baseball e durante l'esplorazione troverà una buona quantità di gadget diversi e folli, tra cui uno yo-yo per stordire i nemici e una pistola giocattolo, ispirata alle Nerf, che è possibile trovare in qualsiasi negozio di giocattoli. Esploreremo l'isola abbattendo nemici, come scoiattoli e api, alla ricerca delle caverne segrete dove risiederanno le anime tormentate dei quattro fratelli.
I dungeon sono molto diversi tra loro e ne dovremo percorrere di diversi tipi, dalle ambientazioni marine a quelle sabbiose. Il primo si trova direttamente nei sotterranei della villa del nonno di Tai e, una volta dentro, dovremo risolvere qualche puzzle che alla fine del labirinto ci consentirà di trovare una chiave dorata. Essa darà accesso alla stanza in cui affronteremo la prima boss fight contro… una lavatrice che ci sparerà contro dei panni sporchi. I combattimenti contro i boss sono molto carini e anche i nemici comuni risultano essere caratterizzati in maniera egregia, grazie agli spiriti malvagi in grado di impossessarsi di oggetti oppure animali. Va però specificato che le boss fight successive si ispirano un po' troppo a quelle classiche del genere.
