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Blacksad: Under the Skin – Recensione

Sono passati cinque anni dall'ultima volta che abbiamo messo le mani su un'avventura di Pendulo Studios, più precisamente con Yesterday Origins, che fungeva da prequel per New York Crimes (poi rinominato semplicemente Yesterday). Chi scrive è visibilmente emozionato poiché associa allo sviluppatore spagnolo un tassello fondamentale della sua carriera videoludica, riconducibile alle avventure di Brian Basco in Runaway: A Road Adventure e successivi. Non che Pendulo Studios abbia mai sbagliato clamorosamente; i due Yesterday sono delle avventure grafiche da non perdere e poi, come dimenticarsi dello splendido Hollywood Monsters, forse la prima perla da loro prodotta. Fatta questa premessa, quando ci creiamo delle aspettative troppo alte per qualcosa, puntualmente restiamo delusi. Sarà andata così anche con Blacksad: Under the Skin?



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Lo stereotipo del detective dannato



“A volte, quando entro nel mio ufficio, mi sembra di camminare in mezzo alle rovine di un'antica civiltà. Non tanto per il disordine che regna sovrano, quanto, più probabilmente, perché mi ricorda le vestigia dell'essere civilizzato che sono stato un tempo”.



La New York degli anni '50, come tutta l'America del resto, è piena di veterani che hanno dentro e fuori i segni della Seconda Guerra Mondiale e che, per forza di cose, hanno dovuto rimettersi in gioco trovandosi il primo lavoro disponibile. L'avventura di John Blacksad comincia nel suo ufficio mentre, in uno dei suoi tanti spunti autoriflessivi accompagnati da uno splendido sottofondo jazz, pronuncia le parole che vi abbiamo riportato, ignaro del rinoceronte infuriato che sta per fare irruzione. E' il tipico detective con un passato burrascoso, problemi esistenziali di ogni tipo e quella moralità che lo porta a farsi più nemici che amici, in una New York in cui è meglio chiudere un occhio e abbassare la testa anziché dire le cose come stanno. Ma si sa che il detective dannato è anche quello che, tra pedinamenti di mariti infedeli e mogli inferocite, aspetta il caso della vita, quello che può assicurargli la risalita dopo aver raschiato a lungo il fondo del barile. Fra le poche sicurezze di Blacksad ci sono gli amici, quelli come Jack Ostiombe, un gorilla burbero ma fedele, che crea l'opportunità giusta per stuzzicare la curiosità dell'astuto gatto detective su un caso apparentemente semplicissimo.



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La mia bussola morale, come se sapessi cosa fosse



Joe Dunn, il proprietario di una storica palestra di New York, è stato trovato morto e contemporaneamente il suo pugile più talentuoso, Bobby Yale, è sparito prima del combattimento più importante della sua carriera. Il caso rischia di far chiudere per sempre la palestra di Dunn, oltre che a mettere in pericolo l'incolumità della figlia – che ha rilevato l'attività del padre – e di molte altre persone, visti gli interessi in gioco. Tra false piste, batoste e corruzione, Blacksad dovrà dimostrare le sue abilità investigative ai più scettici e capire di quali persone fidarsi.



Siamo rimasti sorpresi da come Pendulo Studios sia riuscita a ricreare perfettamente le atmosfere ideate da Juan Díaz Canales e Juanjo Guarnido; leggendo il fumetto si ha l'impressione di essere nel gioco e viceversa, anche per la cura che è stata riposta nel ricreare certe ambientazioni, come La Iguana o l'ufficio di Blacksad stesso. A livello strettamente narrativo ci troviamo davanti a una storia che, allo stesso modo della musica di sottofondo, procede a ritmi pacati e cerca di ingannare il videogiocatore con dei colpi di scena davvero imprevedibili, tirando fuori uno di quegli intrecci che, detto tra noi, nel campo delle avventure grafiche non sono più così scontati. Probabilmente, non ci aspettavamo affatto di trovarci davanti a un personaggio tanto carismatico, così ben riuscito da spingerci a giocare e rigiocare alcune parti della storia, fino a farci considerare inevitabilmente l'acquisto del fumetto.



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2 dicembre alle 17:10

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