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Shenmue 3: un'esperienza classica reinterpretata sulla base di una tecnologia moderna - analisi tecnica

Digital Foundry ha parlato più volte di 'porting impossibili' in passato. Giochi come Doom 2016 e The Witcher 3 su Switch sembrano eliminare completamente le limitazioni tecnologiche imposte dall'hardware e propongono l'essenza originale di quelle esperienze ad un nuovo pubblico. Per Shenmue 3, invece, va fatto un discorso molto differente ma ugualmente sorprendente. Stiamo parlando, infatti, di un sequel impossibile, di un gioco che non dovrebbe nemmeno esistere per una serie di ragioni. Eppure, per qualche oscuro motivo, eccolo qui.È un miracolo che nel 2019 possiamo giocare ad un sequel moderno di un titolo uscito oltre 18 anni fa che, almeno dal punto di vista finanziario, è stato un enorme flop. La sua stessa esistenza è qualcosa che ci scioglie il cuore, qualcosa che va protetta ad ogni costo.



Fondamentalmente, però, si tratta di un buon seguito? Beh, dal nostro punto di vista i risultati sono contrastanti. Il terzo capitolo di questa serie è uno Shenmue visto attraverso la lente dell'industria odierna, il che è assolutamente positivo. Tuttavia, è anche un sequel gestito quasi come una produzione indipendente con tutte le limitazioni che ne conseguono dal punto di vista delle ambizioni e della rifinitura generale.



Molte cose sono cambiate da quando è stato pubblicato lo Shenmue originale. Il suo annuncio e il successivo arrivo su Dreamcast sono stati un vero e proprio evento: il culmine di tutto ciò che Sega-AM2 ha imparato durante la sua lunga storia. Era uno dei giochi più costosi mai prodotti, al momento della sua uscita: una produzione davvero lussuosa costruita su un motore proprietario progettato per sfruttare al massimo la tecnologia di quella console d'avanguardia.



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21 dicembre 2019 alle 10:40

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