The Gentlemen - recensione
Dopo varie digressioni, fra un Re Artù pop, Aladdin (sigh), una discreta spy story come U.N.K.L.E. e un paio di divertenti Sherlock, Guy Ritchie torna nell'ambito in cui evidentemente si trova meglio, quel milieu malavitoso di cui, in anni di gioventù raccontava l'esagitata vitalità, la lotto per emergere, per ricavarsi il proprio posto al sole rispetto all'establishment.
E lo aveva fatto con uno stile sdoganato dopo l'exploit di Tarantino, riletto però in una sua chiave personale, a sua volta copiata da molti. Ora forse Ritchie si sente più adulto e passa dall'altra parte della barricata, quella degli arrivati, dei boss, che devono contenere la marea di aspiranti successori che si agitano feroci come pirañas alle loro caviglie. Ma la brama di potere pura e semplice avrà ragione su esperienza, classe e aplomb, conquistati in anni di duro marciapiede?
Con il suo nuovo film, The Gentlemen, ambientato a Londra, Ritchie, che scrive storia e sceneggiatura oltre a dirigere, ci racconta del facoltoso uomo d'affari Mickey Pearson (McConaughey), gli affari del quale da decenni consistono in produzione e vendita di marijuana di qualità eccelsa. Un impero costruito anno dopo anno, con serietà, affidabilità, correttezza, mai un problema con la legge, mai uno scazzo con la concorrenza. Sposato con la bellissima, chicchissima, tostissima Rosalind (Michelle Dockery), Mickey sta pensando di ritirarsi e godersi una giusta pensione.
