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Demon's Souls - recensione

Tanto tempo fa, su una console lontana lontana, esisteva una serie di videogiochi ormai dimenticata che si chiamava King's Field. Un mondo fantasy dalle tinte oscure, una serie di personaggi magnetici, un mosaico di complesse mappe labirintiche. La casa madre di King's Field si chiamava FromSoftware, ed era un piccolo studio di sviluppo che si faceva largo sgomitando nel complesso mercato giapponese, sfornando un RPG dietro l'altro e faticando ad accarezzare l'idea di una vera e propria consacrazione.



Poi arrivarono gli anni dell'azione, fra i mecha di Armored Core e le lame di Otogi, ispirazioni capaci di traghettare timidamente i creativi sotto le luci dei riflettori, nel cuore di un'industria che, passo dopo passo, stava lasciando indietro sprazzi dell'anima del videogioco tradizionale. A metà degli anni 2000, con l'appoggio di Sony Computer Entertainment, nei corridoi degli studi di Tokyo iniziò a serpeggiare l'idea di un sostanziale ritorno alle radici volto a rimettere in scena una "razza" di titoli finita ormai sull'orlo dell'estinzione.



C'era però una sostanziale differenza rispetto al passato. Il direttore del progetto sarebbe stato Hidetaka Miyazaki, un personaggio che stava maturando idee molto particolari riguardo l'universo dei videogiochi, un designer che non vedeva l'ora di ruotare il timone verso rotte dimenticate e ritenute pericolose. Miyazaki, in quegli anni, era deciso a realizzare Demon's Souls.



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13 novembre 2020 alle 14:11