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Backbone - recensione

Siete appassionati di serie crime investigative? Avete amato il Tenente Colombo? Trovate i procioni animali graziosi e affascinanti? Onestamente, chi non ha mai desiderato di essere un procione? Se soddisfate tutti questi requisiti, allora Backbone potrebbe essere il gioco giusto per voi! Adesso, lasciando un attimo da parte questa scherzosa premessa, ritorniamo seri e parliamo di questo gioco che sicuramente si distingue ampiamente dagli altri titoli del suo genere.



Avevamo già dato un'occhiata a Backbone tempo fa, giocando il prologo e parlandovene nella nostra anteprima, avendo avuto modo di farci un'idea preliminare del gioco, anche se gli sviluppatori promettevano diverse meccaniche che sarebbero state inserite strada facendo nello sviluppo, per cui eravamo curiosissimi di mettere le mani sul prodotto finito. Tecnicamente, Backbone viene definito dallo sviluppatore EggNut come un'avventura grafica investigativa post-noir in pixel-art con elementi da GdR classici e ispirazioni ai punta e clicca dell'epoca d'oro. Per certi versi, l'accostamento a Broken Sword (soprattutto i primi due capitoli) viene spontanea.



Backbone ci mette nei panni del brillante Howard Lotor, intelligente procione antropomorfo, arguto ma mai privo di una battuta pronta e forte di una cinica, tagliente e raffinata (auto)ironia. L'avventura si svolge in una distopica Vancouver altamente noir, in cui tutti gli abitanti sono creature antropomorfe come Howard.



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3 luglio 2021 alle 12:10