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Space Jam: A New Legacy - recensione

I Believe i Can Fly. E a crederci nel 1996 era Michael Jordan che nella vita ha davvero volato infinte volte sul parquet dei campi di basket. E il film era Space Jam, riuscito e per i tempi originale mix fra live action e animazione (oggi tecnicamente il tempo si fa notare), in cui i Looney Tunes interagivano con attori famosi come Bill Murray e campioni dell'NBA fra cui appunto Michael Jordan, appena rientrati nei Chicago Bulls, dopo la parentesi che si era concesso sui campi di baseball.



Sentivamo la necessità di un sequel, per di più 25 anni dopo? Sinceramente con ci passava proprio per la testa, ma adesso ce lo ritroviamo davanti e il risultato non è poi così terribile (anche se in occasioni come queste ci vengono sempre in mente le conversazioni fra gli sceneggiatori in The Players di Robert Altman, capolavoro che ogni cinefilo dovrebbe sapere a memoria).



Per scalare le vette del successo ci vuole dedizione totale. Per questo nel prologo un giovanissimo LeBron getta nella spazzatura un vecchio Game Boy che ha appena ricevuto da un compagno più ricco, perché gli viene spiegato chiaramente che solo impegnandosi e sacrificando ogni distrazione esterna si può arrivare al top. Lo ritroviamo adulto e super-famoso, con bella famiglia molto amata. Ma è diventato un padre severo che vuole applicare sul secondo figlio Dom la disciplina che si è imposto lui stesso.



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23 settembre 2021 alle 10:40