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Sable - recensione

Alzi la mano chi non ha sbavato come un lupo mannaro dopo aver visto per la prima voltaun trailer di Sable. L'affascinante titolo sviluppato dal piccolissimo (due sole persone) team britannico Shedworks ha fin da subito catturato l'attenzione di pubblico e addetti ai lavori, anche se ad un certo punto è quasi sparito dai radar facendo temere il peggio. Fortunatamente il giorno è giunto, siamo riusciti a cavalcare la nostra hoverbike attraverso scenari desertici che non possono non richiamare alla mente la Tatooine di Star Wars ma le opere a fumetti del maestro francese Jean Giraud, più noto come Moebius.



Sable si svolge a Midden, un continente formato da biomi differenti, quattro per la precisione, contraddistinti da una palette di colori molto particolare, che a seconda del momento della giornata passa da tinte pastello quasi monocromatiche a sprazzi di colore estremamente sgargianti. Ognuna di esse trasmette un desolante ma pacifico senso di malinconia, per ciò che non è più ma i cui echi rimangono impressi nel vento.



I luoghi che visiterete (con ritmo assai compassato) sono tuttavia incredibilmente ricchi di elementi da scoprire, di rovine dimenticate e insediamenti in cui la vita tenta di riprendersi il suo spazio. Se a questo punto state immaginando combattimenti "alla Ken Shiro" o fughe dai predoni in stile Mad Max ci dispiace deludervi. Sable è un gioco quasi esclusivamente esplorativo che rientra nella categoria dei "titoli di formazione", ovvero quelle avventure in cui si racconta un periodo di passaggio del protagonista, volto a farlo maturare fino a diventare adulto.



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24 settembre 2021 alle 11:10