Soulstice Recensione, un italiano travestito da giapponese
Questa è una di quelle recensioni scritte con un sorriso e quasi una punta d'orgoglio. È
molto facile farsi prendere dall'entusiasmo con Soulstice, soprattutto per chi è appassionato di anime giapponesi e apprezza opere come Claymore e Berserk, senza dimenticare i capisaldi dell'hack 'n' slash come Devil May Cry, Bayonetta e gli originali God of War. Ma anche dopo aver trascorso un certo periodo di “cooldown”, in cui riordinare le idee e ragionare a freddo su quanto vissuto, il nuovo lavoro Replay Game Studios non può che essere promosso, alimentando aspettative molto alte per l'eventuale sequel.
La nostra industria eccelle soprattutto nei racing game, con Milestone e Kunos Simulazioni che dicono la loro senza remore nel panorama mondiale, ma pensare di affermarsi anche nel campo degli action sembrava utopia. Del resto, il Giappone è fiero detentore del genere, senza dimenticare gli occidentali Darksiders e il già citato God of War. Serviva essere spregiudicati, avere una buona dose di ambizione ma anche una certa esperienza, e dopo Theseus e Lone Wolfe, la terza opera del team di Milano potrebbe invogliare anche altri studi nostrani a gettarsi nella mischia di questo genere.
Sebbene il nome faccia intendere altro, Soulstice è quanto di più lontano prodotto da From Software, anche se l'ispirazione artistica delle ambientazioni è abbastanza palese. Il titolo pesca a piene mani dagli originali Devil May Cry, con alcune soluzioni che sicuramente sanno di già visto ma che si rivelano necessarie per mettere dei paletti su cui costruire tutto il resto.
