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La Grazia – Il sacro e il profano secondo Sorrentino

Paolo Sorrentino è un regista pomposo, che ama sorprendere il pubblico con metafore e inquadrature piene di significato, sceneggiature poetiche e talvolta criptiche, personaggi complessi e riflessivi. Nelle sue scene spesso succede tutto mentre non succede nulla, il silenzio è indicativo e ogni dettaglio è carico di significato.



Un tema ricorrente nelle sue opere è la religione, rappresenta in modo spesso controverso, senza troppi giri di parole, talvolta critico e che mette al centro dell'attenzione la contrapposizione tra sacro e profano. Anche nel suo ultimo film, La Grazia, questa tematica non manca affatto.



La Grazia: titoli e definizioni



Il titolo del film è già di per sé indicativo. In questo caso, il nome si riferisce ad un concetto ben specifico e legato alla storia rappresentata: Mariano De Sanctis (interpretato da un Toni Servillo nella sua forma migliore), fittizio Presidente della Repubblica, entra nel cosiddetto “semestre bianco”, ovvero gli ultimi sei mesi del suo mandato, in cui può, se lo desidera, concedere la grazia ad alcuni detenuti, liberandoli dalla loro condanna. In aggiunta a queste responsabilità, De Sanctis deve anche decidere se firmare uno spinoso Disegno di Legge: quello sull'eutanasia.



Sorrentino mette in scena un uomo profondamente fragile, alle prese con i dubbi dettati dalla coscienza, diviso in un giurista razionale, un uomo politico che cura la reputazione, e un vedovo che non ha mai imparato a convivere con la morte della moglie. La grazia in questo film non è solo azione, è anche metodo: è il modo in cui le scene sono state girate, in cui il Presidente De Sanctis pondera le sue decisioni.



In questo caso, la “grazia” ha un significato politico, quasi tecnico, ma non possiamo in questa analisi fare a meno di ignorare che il concetto ha origine dalla religione.



La grazia è molto presente nella Bibbia, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento: è la benevolenza che Dio manifesta verso l'essere umano, un favore particolare che Egli concede all'umanità, il suo dono supremo (che, nel Nuovo Testamento, si manifesta come suo figlio, Gesù).



Ecco che ci troviamo quindi di fronte ad una similitudine contraddittoria, quasi blasfema: il Presidente della Repubblica, rappresentante di tutti gli uomini (di tutti gli italiani, almeno), il più fragile e indeciso tra loro, che prende possesso delle facoltà di una divinità, in grado di concedere la sua grazia, in grado di perdonare e cancellare le colpe, di togliere la vita e decidere della morte.



È stata la mano di Dio: il calcio come ancora



Nel film È stata la mano di Dio, opera quasi autobiografica di Sorrentino, abbiamo un'altra metafora profanamente divina: Diego Armando Maradona.



Il film racconta le vicende di un giovane protagonista, Fabietto (alias di Paolo Sorrentino), che vive a Napoli ed è alle prese con i drammi della crescita, scandita anche dalla passione per il calcio e quella per il cinema. Il ragazzo vive un momento indimenticabile per il mondo dello sport: Maradona viene acquistato dal Napoli.



Una sera come un'altra, quando i suoi genitori gli propongono di andare con loro nella casa di vacanze della famiglia, Fabietto declina l'invito, preferendo andare a guardare la partita del Napoli. Proprio quella notte, i suoi genitori muoiono per una fuga di gas.



Ed ecco che ancora una volta torniamo al titolo del film: se il ragazzo non fosse rimasto a vedere Diego Maradona, che dopo il famoso gol di mano venne definito “la mano di Dio”, sarebbe morto anche lui. Nel bene e nel male, la Provvidenza ha deciso per lui. Anche in quest'opera ci troviamo di fronte ad un paragone al limite, se vogliamo, della blasfemia: un uomo comune (non il più sano e innocente degli uomini, tra l'altro), innalzato a divinità. Quando viene annunciato l'arrivo del calciatore alla sua squadra del cuore, questo diventa per Fabietto motivo di speranza, un qualcosa a cui aggrapparsi in un periodo difficile della sua vita.



Ancora una volta, Dio ha deciso e donato la sua grazia, attraverso l'uomo profano.



The Young Pope: il papa secondo Sorrentino



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È interessante notare che, ne La grazia, Sorrentino rappresenta il papa in modo particolare e specifico: è un uomo di colore, rasta-man in motorino dai modi di forse più hippie che da Santo Padre, ma allo stesso tempo è credibile. Mi piace pensare che sia stato anche un modo per scherzare su quella che hanno definito una sua “previsione”: ovvero quella del primo papa americano. Quando Leone XIV è stato eletto, infatti, sono stati in molti quelli che, principalmente sui social, hanno paragonato il nuovo capo del Vaticano a quello interpretato da Jude Law nella serie The Young Pope, scritta e diretta da Sorrentino. Chi lo sa? Magari manca poco tempo alla venuta del primo papa di colore.



Le serie, andata in onda nel 2016, è senz'altro uno dei migliori prodotti del regista. Jude Law interpreta un giovane cardinale ossessionato dal terrore dell'abbandono, fatto che ha reso il suo rapporto con Dio turbolento e complesso. Eletto papa e scelto il nome di Pio XIII, l'uomo decide di ridare alla Chiesa e al Vaticano un'aura solenne, austera e misteriosa. Sceglie di non farsi vedere, esalta concetti estremamente conservativi e bigotti, in contrapposizione con la sua giovane età.



Mentre predica contro gli omosessuali, l'aborto e le scabrose libertà della Chiesa degli ultimi tempi, Pio XIII è perseguitato da sogni osceni, ricordi febbrili e sentimenti travolgenti.



In seguito a riflessioni ed esperienze, il papa si ritroverà a pensare ancora ad un amore giovanile, l'unico mai avuto, vero e puro, anche se pieno di desiderio. E sarà attraverso il ricordo dell'amore carnale che tornerà ad avere fiducia in quello spirituale, coronandolo attraverso un'intensa riflessione sulla natura e sul creato.



A sottolineare la perseveranza di sacro e profano, addirittura divino e volgare assieme, Sorrentino ci regala un sequel dalla sigla indimenticabile. Gli episodi di The New Pope (interpretato questa volta da John Malkovich) iniziano così: musica da discoteca e luci colorate provenienti da una enorme croce avvolgono lo spettatore, mentre un gruppo di quelle che sembrano giovani suore si dimena in modo spasmodico e provocante sotto un affresco sacro, senza velo e con le vesti da notte.



La figura del papa e quella della Chiesa sono sempre rappresentate in modo controverso da Sorrentino: un modo oscuro, a volte pieno di speranza e altre colmo di orrore.



Il penultimo dei suoi lungometraggi non è da meno.



Parthenope: il miracolo del peccato



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In questa lode a Napoli, una ragazza di nome Parthenope, dotata di una bellezza straordinaria, vive la sua gioventù nella consapevolezza del suo aspetto e della sua sessualità, usandoli senza remore. Questo però provoca il suicidio del fratello, con il quale aveva un rapporto morboso, ai limiti dell'incesto. Parthenope cresce con un senso di colpa che non sarà mai in grado di superare: la bellezza la accompagnerà sempre, così come la tristezza.



Quando arriva il momento di laurearsi, la ragazza propone il suo argomento di tesi al relatore: il suicidio. Il professore la accetta come tesista, ma le propone di indagare un argomento secondo lui più intrigante: quello del miracolo.



Passano gli anni e Parthenope è ora l'assistente del suo relatore, quando le viene proposto di scrivere un articolo sul miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro.



Arrivata nella chiesa del cardinale Tesorone, notoriamente un farabutto, il miracolo non avviene, ma una donna tra i fedeli si alza, sostenendo che, nonostante sia già in menopausa da tempo, il ciclo mestruale le sia incredibilmente tornato.



La sera, Tesorone corteggia Parthenope, le mette addosso i gioielli del tesoro e ha un rapporto sessuale con lei, in seguito al quale il sangue di San Gennaro si liquefa.



Il miracolo come sangue, come fertilità, legato al sesso e al peccato: di nuovo sacro e profano si mischiano, diventano blasfemia, critica, pomposità e lussuria. Una figura religiosa viene ribaltata, resa il peggiore dei peccatori; la sacralità della bellezza femminile viene ridotta ad oggetto sessuale, la Chiesa viene smascherata e mostrata nella sua forma più vile e oscena.



Paolo Sorrentino ama sorprenderci, scandalizzarci e darci qualcosa su cui riflettere. Il suo rapporto con la religione (almeno all'interno dei suoi film) sempre burrascoso, è però sempre presente. Dai piccoli dettagli alle grandi metafore, usando la colonna sonora o le inquadrature, il regista provoca e asseconda, portando lo spettatore ad interrogarsi sul senso della sacralità.



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