Death Howl – Recensione
Negli ultimi anni il panorama indie ha dimostrato più volte come le idee più interessanti nascano spesso lontano dalle grandi produzioni, soprattutto quando generi apparentemente distanti vengono fusi con una visione autoriale precisa. Death Howl appartiene esattamente a questa categoria: un deckbuilder tattico a turni che prova a mescolare esplorazione open map, progressione ruolistica e una narrazione fortemente emotiva. Gli sviluppatori lo definiscono un “souls deckbuilder”, un'etichetta che incuriosisce ma che descrive solo parzialmente l'esperienza. Dei Souls, infatti, troviamo soprattutto la gestione del rischio, la perdita delle risorse alla morte e una difficoltà esigente, mentre il cuore del gioco rimane profondamente strategico e ragionato.
Fin dalle prime ore appare chiaro come Death Howl non cerchi scorciatoie per conquistare il giocatore. Il ritmo è lento, quasi contemplativo, l'atmosfera malinconica e le meccaniche richiedono attenzione costante. È un titolo che domanda tempo e pazienza, ma che in cambio offre una delle esperienze più personali e coerenti viste recentemente nel panorama dei tattici narrativi. Va segnalato subito un elemento che potrebbe influire sulla scelta di molti giocatori: al momento Death Howl non include la lingua italiana. I testi sono interamente in inglese e, considerando la quantità di dialoghi e descrizioni presenti, una minima familiarità con la lingua diventa praticamente indispensabile per coglierne appieno le sfumature.
Il peso della perdita
La storia segue Ro, una madre vichinga che decide di attraversare il regno degli spiriti per riportare in vita il proprio figlio. Una premessa semplice, quasi archetipica, che però diventa rapidamente qualcosa di più complesso. Death Howl parla apertamente di morte, lutto e accettazione, evitando toni eroici o retorici per concentrarsi invece su un dolore profondamente umano. Il viaggio nel mondo ultraterreno assume così un valore simbolico oltre che narrativo, trasformandosi in un percorso emotivo prima ancora che fisico.
La narrazione viene raccontata attraverso dialoghi con NPC, illustrazioni animate e frammenti ambientali sparsi durante l'esplorazione. L'incipit riesce immediatamente a coinvolgere grazie alla forza del tema trattato, mentre il finale rappresenta uno dei momenti migliori dell'intera esperienza, capace di chiudere il cerchio con una sensibilità rara. La parte centrale dell'avventura rimane volutamente enigmatica. Alcuni passaggi risultano meno incisivi proprio per la scelta di mantenere molte informazioni nascoste fino alle ultime ore, ma con il senno di poi questa ambiguità contribuisce a rafforzare il senso di smarrimento che accompagna la protagonista nel regno degli spiriti. Non tutto arriva con la stessa forza narrativa, ma quando Death Howl decide di colpire emotivamente, lo fa con grande efficacia.

Adattarsi o soccombere
Il vero protagonista dell'esperienza resta comunque il gameplay. Death Howl costruisce i combattimenti su una griglia tattica dove ogni azione consuma mana, inclusi i movimenti. Questa scelta apparentemente semplice cambia completamente il modo di approcciare ogni scontro: avanzare troppo significa esporsi, mentre conservare risorse può diventare l'unica via per sopravvivere al turno successivo. Le carte rappresentano attacchi, difese, evocazioni e abilità passive, spesso costruite attorno a sinergie intelligenti. Alcune premiano il movimento aggressivo, altre incentivano il controllo dello spazio o la gestione degli status alterati. Il risultato è un sistema sorprendentemente profondo che riesce a evitare la rigidità tipica di molti tattici.
Il mondo di gioco è suddiviso in regioni distinte, ciascuna con nemici, materiali e alberi abilità dedicati. Qui emerge una delle scelte di design più particolari del titolo: ogni area spinge il giocatore a ripensare la propria build. Le carte regionali funzionano meglio nel loro territorio e diventano più costose altrove, incentivando l'adattamento continuo. Inizialmente questa filosofia può spiazzare, perché riduce la sensazione di accumulare potere in modo lineare, ma con il passare delle ore si rivela una scelta estremamente coerente con l'identità del gioco. Non si tratta di costruire un mazzo perfetto una volta per tutte, ma di imparare a leggere il contesto e reinventarsi costantemente.
Gli scontri sono numerosi e il respawn dei nemici ai checkpoint porta inevitabilmente a riaffrontare alcune battaglie, ma la varietà dei moveset e la randomicità delle pescate mantengono viva la tensione strategica. Anche dopo decine di ore capita ancora di trovarsi davanti a situazioni impreviste. La difficoltà è elevata ma raramente ingiusta. La gestione dei punti vita diventa fondamentale perché non esistono cure immediate durante l'esplorazione e spesso bisogna affrontare più combattimenti consecutivi prima di raggiungere un luogo sicuro. Morire fa parte del processo di apprendimento, ma il respawn immediatamente prima dello scontro evita frustrazioni inutili. Qualche limite emerge nell'intelligenza artificiale delle evocazioni, meno brillante rispetto a quella dei nemici, ma si tratta di uno dei pochi aspetti realmente migliorabili di un sistema altrimenti estremamente solido.

Minimalismo che diventa linguaggio
Se c'è un elemento che permette a Death Howl di distinguersi davvero, è la sua direzione artistica. La pixel art è volutamente essenziale, quasi impressionista. I paesaggi sembrano incompleti, i colori innaturali e le forme spesso astratte contribuendo a trasmettere la sensazione di trovarsi in un luogo che non appartiene al mondo dei vivi. Alcune aree possono apparire spoglie a un primo sguardo, ma con il tempo diventa evidente come questa scelta sia deliberata. Il minimalismo diventa linguaggio narrativo, rafforzando il senso di estraniamento e sospensione che accompagna l'intera avventura. Il design dei nemici e delle carte mostra invece un livello di dettaglio maggiore, creando un contrasto interessante con gli scenari.
Anche la colonna sonora segue la stessa filosofia. Synth eterei e ritmi tribali accompagnano costantemente l'esplorazione senza mai sovrastarla. Non è un insieme di tracce pensato per dominare la scena, ma per insinuarsi lentamente nell'esperienza, contribuendo a costruire un'atmosfera quasi meditativa. Dal punto di vista tecnico l'esperienza risulta stabile e priva di problemi significativi. L'unico vero neo resta un'interfaccia talvolta poco immediata nella gestione dei menu e delle build, elegante da vedere ma migliorabile in termini di praticità.

Una prova di dedizione
Il percorso verso il trofeo di Platino riflette perfettamente la natura del gioco. Non vengono richieste imprese impossibili o sfide artificialmente punitive, ma una conoscenza approfondita delle meccaniche e soprattutto perseveranza. Portare a termine la storia, esplorare adeguatamente le regioni e sviluppare build efficaci costituiscono la base dell'esperienza. Chi decide di immergersi davvero nel sistema di gioco scoprirà che il Platino arriva quasi naturalmente, diventando più il coronamento di un viaggio che un ostacolo aggiuntivo. La durata complessiva e la necessità di affrontare numerosi combattimenti rappresentano la vera sfida, più mentale che tecnica.
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