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Steto96

ha scritto una recensione su Untitled Goose Game

Cover Untitled Goose Game per Nintendo Switch

Il Gioco dell'Oca

Ho voluto concludere questo anno di videogiochi riprendendo in mano uno dei giochi che più ho apprezzato in questo 2019, ovvero Untitled Goose Game. Riviverlo di nuovo da capo è stata una scelta decisamente azzeccata che mi ha permesso di capire cosa rende davvero speciale questo piccolo indie. Alcuni potrebbero dire che non c’è chissà quale gran segreto dietro al suo successo: in pochi si rifiuterebbero di guidare un’oca malvagia lungo un percorso di distruzione per le strade di un villaggio rurale inglese, ma se fosse stato solo questo il motivo della sua popolarità allora gli sviluppatori avrebbero potuto creare un sandbox con dentro l’ormai celebre oca senza fornire nessuno scopo al giocatore.
Essenzialmente, UGG è un particolare puzzle game che ci chiede di completare una serie di obiettivi il cui scopo è quello di rovinare la giornata agli abitanti del pittoresco paesello di cui sopra, tra occhiali da rubare, vasi da distruggere e giardini da deturpare. Il villaggio è suddiviso in alcune aree collegate tra di loro a formare un’unica mappa che, almeno per la prima volta, saremo chiamati ad esplorare in un certo ordine, cercando di spuntare dalla nostra lista di malefatte il maggior numero di cattive azioni prima di poter avanzare oltre. Molti giocatori hanno anche associato il gioco a uno stealth, ed è vero che molti degli obiettivi si possono completare al meglio cercando di stare lontani dagli occhi degli infastiditi autoctoni britannici, ma il titolo non prevede nessun game over ed essere sorpresi con il becco nel sacco mentre si ruba qualcosa non penalizza mai così tanto il giocatore, piuttosto può soltanto creare delle divertenti scene di inseguimento tra gli abitanti del posto e la nostra oca diabolica.
UGG mi ha stupito e divertito più volte dal primo all’ultimo starnazzo. Le sfide proposte dal gioco non sono nulla di impossibile, ma riuscire a trovare la soluzione giusta per mettere in moto la macchina caotica del gioco è davvero appagante. Le aree di gioco chiedono di essere esplorate, pure nella loro ridotta dimensione, in modo da poter studiare tutti gli oggetti presenti e le interazioni che se ne possono avere. C’è un notevole lavoro di level e game design che rende ogni malefatta così soddisfacente da creare prima di assistere ai suoi effetti. Poi si arriva allo scenario finale e … anche solo accennare alla sua grandezza in termini di genialità è rovinare la sorpresa.
La grafica colorata e minimalista fa il paio con una colonna sonora dinamica altrettanto minimalista, con un pianoforte che sottolinea l’azione del gioco con poche note nelle situazioni più calme per poi esplodere nei momenti più concitati.
Sono necessarie due orette circa di gioco per raggiungere i titoli di coda e sbloccare una nuova lista di obiettivi che fa lievitare di poco la longevità, inoltre il livello di rigiocabilità è quasi pari allo zero. Certamente la brevità dell’esperienza può essere un deterrente per alcuni, ma la qualità di quella stessa esperienza dovrebbe invece convincere anche gli indecisi. L’unico difetto reale del gioco è legato ai controlli: ogni tanto sterzare la nostra oca, specialmente in corsa, è molto più facile a dirsi che a farsi.
Untitled Goose Game riesce a essere un gioco ancora più grande della già enorme fama che si è conquistato dall’uscita del gioco, nonostante la breve durata. Un gioco divertente non solo per via della sua premessa, ma soprattutto perché è stato costruito con cura e con sapienza.

Steto96

ha scritto una recensione su Cat Quest

Cover Cat Quest per Nintendo Switch

Gatta Morta ... di Noia

Prendiamo la cucina come metafora del giocare. Ci si siede al tavolo di un ristorante per godersi una serie di deliziosi piatti, e dopo una portata particolarmente saporita si ricorre al sorbetto di rito per ripulire il palato prima di continuare, e capita anche quando si gioca: tra un titolo corposo e l’altro sento spesso il bisogno di iniziare qualcosa di più leggero prima di passare oltre.
Con questa mentalità ho avviato Cat Quest su Switch, ma le cose sono andate diversamente da come mi sarei aspettato.
Cat Quest è un ARPG-lite nel quale impersoneremo un gatto avventuriero alla ricerca della sorella rapita da un nemico tanto misterioso quanto potente. Accompagnato da uno spirito-guida, il nostro gatto altri non è che l’ultimo discendente di una stirpe di gatti cacciatori di draghi, e coincidenza vuole che improvvisamente ci sia una gran quantità di draghi da cacciare. Ovviamente la storia non si prende troppo sul serio e prende molto più di uno spunto da tanti titoli celebri, come Skyrim e Zelda, il tutto in salsa felina. La trama è davvero scarna e non riesce a farsi ricordare dal giocatore, concludendosi anche con un poco simpatico to be continued, un ultimo schiaffo dato ai pochi arrivati fino a questo punto con la speranza di un finale soddisfacente.
Siamo quindi chiamati a condurre il nostro micio guerriero attraverso il colorato mondo di gioco, completando una gran quantità di missioni per poter diventare sempre più potenti in vista dello scontro finale. Non mancano nemmeno le quest secondarie e dungeon da ripulire, ma non sempre la quantità è sinonimo di qualità.
In primis il combat system è davvero molto semplicistico: un solo pulsante per attaccare, uno per rotolare via dagli attacchi nemici e i dorsali ai quali assegnare una serie di magie assai utili. Purtroppo combattere è a tutti gli effetti l’unica, vera attività del gioco: le missioni principali e secondarie si accontentano di farci raggiungere un segnalino sulla mappa per poi farci scontrare con un gruppetto di mostri presi da un bestiario nemmeno così vasto e variegato. Anche i dungeon che costellano la mappa non sono altro che semplici arene ripiene di mostri da eliminare dal primo all’ultimo. Il gioco diventa ripetitivo e privo di mordente già nelle prime ore e la situazione non migliora con il tempo.
Completando missioni ed eliminando mostri si guadagnano monete e punti esperienza. Le monete servono per acquistare e potenziare magie ed equipaggiamenti, e su questi ultimi devo spendere qualche parola in più. È possibile equipaggiare un’arma, un’armatura e un elmo ognuno con determinate statistiche, tra attacco, difesa e magia. Per ottenere nuovi pezzi è necessario completare missioni, aprire scrigni nei dungeon oppure acquistare quegli stessi scrigni presso un fabbro nella mappa di gioco. Gli scrigni però sono randomizzati e quindi non c’è un modo per potenziare come si desidera i propri pezzi di equipaggiamento preferiti trovando man mano i doppioni di quello stesso pezzo. È anche vero che seguire la storia permette di accumulare ben presto delle armi e delle armature talmente potenti e sbilanciate da non incentivare la ricerca di un loro sostituto.
Il sistema di progressione, con tanto di punti esperienza, livelli e bonus alle statistiche, non soddisfa interamente, lasciando più l’impressione che gli sviluppatori abbiano preferito rallentare il giocatore per annacquare l’esperienza e non proporre un sistema da RPG semplificato.
L’unico pregio del gioco è la presentazione grafica dal design semplice ma grazioso, mentre la colonna sonora è monotona e poco ispirata.
Ho iniziato Cat Quest sperando di giocare a un titolo leggero ma divertente per staccare un po’ da titoli più corposi, ma mi sono ritrovato a ritornare sui miei passi schiacciato da un gioco fin troppo ripetitivo e con pochi spunti che mitigassero l’eccessiva semplicità del tutto.

Steto96

ha scritto una recensione su Marvel’s Spider-Man

Cover Marvel’s Spider-Man per PS4

Does what every Batman can (but better)

All’uscita di Batman: Arkham Asylum nessuno si aspettava che il gioco sarebbe diventato una enorme fonte di ispirazione per moltissimi altri titoli a seguire. In tanti hanno seguito l’esempio di questa serie traendone esempio, basti solo pensare a quei titoli che hanno adottato, talvolta modificandolo, altre volte copiandolo completamente, l’iconico combat system “à la Batman”, titoli del calibro di Sleeping Dogs nel primo caso e Shadow of Mordor nel secondo. La serie di Arkham ha anche dimostrato che i giochi su licenza basati sui super-eroi sono ancora possibili, dopo anni di titoli dalla qualità altalenante, se non proprio tendente al negativo.
Dire che Marvel’s Spider-Man non peschi a piene mani dalla formula ormai collaudata da Rocksteady sarebbe mentire, dato che lo scheletro del gioco è lo stesso, anche se il corpo attorno è ben diverso del gioco dell’Uomo Pipistrello. Anzi, mi sento di dire che la creatura di Insomniac è, sotto molti punti di vista, migliore del gioco da cui prende ispirazione.
A conti fatti, a rendere speciale MSM è la cura che è stata riposta nel raccontare una storia che non sfigurerebbe in un albo a fumetti o come cinecomics sul grande schermo. Gli sceneggiatori di Insomniac hanno dato vita a una nuova versione dell’arrampicamuri allo stesso tempo riconoscibile e ben inquadrata nel suo canone pur operando alcuni piccoli cambi per scrivere una storia fresca e sulla quale poter continuare a costruire ancora in futuro. Impersoniamo quindi un Peter Parker con ben otto anni di carriera super-eroistica alle spalle, ma sempre alle prese con la vita di tutti i giorni, sempre diviso tra crimini da sventare e un lavoro da portare avanti. A rendere speciale il tutto non sono tanto le acrobazie compiute nei panni dell’Uomo Ragno, quanto quei momenti in cui la calzamaglia viene messa da parte in favore di una semplice camicia a quadri o di un camice da laboratorio. Cosa rende Spider-Man così vicino a tutti noi è proprio la sua vita privata così vicina a noi “semplici mortali” e il gioco ci ricorda sempre cosa c’è dietro la maschera. Ci vuole qualche oretta prima che il conflitto esploda apertamente, ma dopo quel momento è tutta una corsa verso un finale davvero emozionante, merito anche di un cast davvero eccezionali di ottimi doppiatori, almeno per quanto riguarda le versione in inglese.
Come già detto il gameplay ricalca quello della serie Arkham con una mappa aperta piena di attività, combattimenti contro numerosi nemici e sezioni stealth, ovviamente adattate al super-eroe del titolo, ben più agile rispetto al massiccio Batman.
Così i combattimenti riprendono le basi che tutti conoscono, con attacchi, schivate, contrattacchi e gadget proponendoli in una salsa più libera e agile rispetto alla controparte DC. Il risultato è un sistema molto più agile, arricchito dalla possibilità di portare il conflitto in volo, di poter passare rapidamente da un nemico all’altro con la semplice pressione di un tasto, di poter sfoderare uno tra otto strumenti ben diversificati ed estremamente utili, di poter eseguire schivate precise che permettono di gestire al meglio la folla di nemici che spesso si raduna attorno al nostro alter ego. All’inizio la gran quantità di possibili approcci e mosse può stordire chiunque e ci vogliono molti combattimenti prima di riuscire a concatenare al volo attacchi, schivate e salti senza essere colpiti. Le tipologie di nemici sono anche molto varie, tra sgherri comuni, soldati muniti di armi da fuoco oppure contundenti, enormi bruti e così via. Non mancano nemmeno le boss fight, niente di troppo trascendentale a livello di gameplay ma la spettacolarità che accompagna ogni scontro è elevata al quadrato in queste particolari occasioni.
In più di un’occasione è possibile eliminare la minaccia agendo nell’ombra: le sezioni stealth in MSM sono altrettanto agili e permettono ai più meticolosi di ripulire una stanza in poche mosse senza mai farsi scoprire. Per chi non ha amato doversi muovere nell’ombra con Batman, farlo nei panni di Spider-Man potrebbe essere una rivelazione. In più di un’occasione vestiremo i panni di altri personaggi, tra i quali Mary Jane, in sezioni stealth più classiche nelle quali non dovremmo farci scoprire. Sono sezioni non così difficili che però sono necessarie a spezzare di tanto in tanto l’azione frenetica dei combattimenti e danno un buon ritmo alla vicenda.
Muoversi attraverso la New York del gioco è una gioia per tutti i sensi. Il feeling che si ha una volta presa la mano con le ragnatele è impareggiabile, il mondo è coloratissimo e verosimile, punteggiato di grandi e piccoli rimandi al mondo Marvel. Così, tra una dondolata e l’altra, si passa da Central Park alla Avenger’s Tower per poi finire davanti al Sancta Sanctorum o all’ambasciata di Wakanda, il tutto mentre in sottofondo suona una colonna sonora molto più che azzeccata.
La quantità di attività secondarie è impressionante sia in quantità che in varietà, tra mini-giochi, crimini da sventare, collezionabili, basi da liberare, sfide di vario genere, side quest e così via. Certamente, il rischio di sentire la ripetitività è dietro l’angolo, ma completare queste attività non è fine a se stesso: con i token così sbloccati è possibile potenziare i propri gadget e sbloccare nuove tute in una collezione che comprende praticamente ogni iterazione del costume di Spider-Man. Come se questo non bastasse, molte delle tute sbloccano un potere specifico utile in combattimento. Vi piace una certa tuta, ma preferite il potere di un’altra? Il gioco permette di mescolare le due cose, aggiungendo anche un’altra serie di perk passivi tra cui scegliere al volo. Tutto questo senza contare la miriade di nuove mosse e abilità che è possibile sbloccare guadagnando punti esperienza e salendo di livello.
Dopo aver concluso la campagna principale mi sono dedicato ai tre capitoli aggiuntivi disponibili al download. Nonostante la suddivisione, i tre contenuti fanno in realtà parte di un unicum e andrebbero quindi giocati assieme, uno dopo l’altro, per apprezzare la vicenda nella sua interezza. Per quanto ben scritta, la storia di questi tre DLC non raggiunge i livelli visti nel gioco principale, pur presentando un’ottima esplorazione dei personaggi già conosciuti in precedenza e nuovi graditi volti, amici e nemici. Le missioni principali offrono una buona varietà nell’azione, mentre le attività secondarie non si discostano molto da quelle già viste, anche se per fortuna non è stato operato un semplice copia-incolla.
Marvel’s Spider-Man non è un gioco che punta ad essere innovativo, ma non per questo è un pessimo titolo. Non solo migliora in tutto e per tutto la formula tipica dei giochi da cui prende ispirazione, ma regala un’ottima esperienza divertente dall’inizio alla fine. Insomniac ha omaggiato nel migliore dei modi possibili l’amichevole Spider-Man di quartiere, con un titolo che permette a tutti di controllare l’eroe. Di essere l’eroe, con tutti i suoi poteri e con tutta la sua umanità.

Steto96

ha scritto una recensione su Borderlands 3

Cover Borderlands 3 per PS4

Fermi al Confine

Fino alla fine, la paura che qualcosa potesse andare storto con Borderlands 3 è stata un forte deterrente a contenere il mio hype per questo nuovo capitolo di una delle mie serie preferite in assoluto, eppure non serve molto per accontentare un fan della serie: dopo il capostipite della serie, i due titoli che lo hanno seguito si sono accontentati di proporre la formula originale senza stravolgere nulla e aggiungendo poche, gradite novità.
Essenzialmente Borderlands 3 non si discosta da questa formula, proponendo ancora una volta un more of the same e accanto ad alcune gradite aggiunte ho riscontrato una serie di scelte che non ho apprezzato fino in fondo.
La trama non si allontana molto dal seminato: una volta scelto uno dei quattro nuovi Cacciatori della Cripta, ci troviamo arruolati nei Crimson Raiders comandati da Lilith, protagonista degli scorsi giochi. La minaccia è ora duplice: i Gemelli Calypso hanno radunato sotto un’unica bandiera tutti i banditi di Pandora. Più che bandiera è meglio parlare di religione, dato che Troy e Tyreen si sono autoproclamati divinità e sono pronti ad aprire una misteriosa Grande Cripta per ottenere un potere immenso. Tocca quindi a noi mandare in fumo i piani dei due antagonisti prima che questi scatenino l’Apocalisse sul polveroso pianeta.
La storia di questo terzo capitolo è sicuramente ben più strutturata rispetto ai precedenti titoli, ma in generale ho trovato la scrittura più debole rispetto agli scorsi capitoli soprattutto in termini di umorismo. Chiariamoci, è probabilmente uno degli aspetti più imbarazzanti della serie, ma è anche quello che la distingueva dalla marea di giochi che si prendono troppo sul serio. Sicuramente il team dietro le sceneggiature non sono gli stessi e purtroppo si sente.
È abbastanza pacifico dire che la trama non è mai stato il punto di forza della serie. Il padrone di casa è infatti quel collaudatissimo misto di sparatutto ed RPG che ha dato vita a un nuovo, seguitissimo genere. Il feeling armi alla mano è ottimo, il migliore della serie: il peso di ciascuna arma si sente e finalmente anche i fucili a pompa hanno una loro fisicità degna di tale nome, con tanto di occasionale ragdoll dei nemici investiti da una scarica di proiettili. La formula shoot & loot è quindi più in forma che mai, appagante al punto da dare dipendenza. Ancora una volta le armi hanno subito un ottimo re-style che le ha rese ben identificabili per tipo e marca, nel secondo caso anche con l’introduzione di modalità di fuoco secondarie che variano molto l’azione di gioco, inoltre non mancano le personalizzazioni estetiche, come decalcomanie applicabili all’arma per cambiarne colore e una gamma di ciondoli per abbellirle ulteriormente.
Il nuovo sistema di gestione dello skill tree non propone grossi cambiamenti rispetto a quanto visto nelle passate iterazioni. La novità più grande è la possibilità di personalizzare la propria abilità di classe sbloccando mano a mano nuove opzioni per renderla sempre più letale. Nel caso del mio Cacciatore, Moze, è stato possibile equipaggiare il mio mech con una serie di armi assai diverse, tra railgun, minigun, lanciafiamme e lanciagranate, per poi attribuire a ciascuna arma un modificatore passivo. Le combinazioni sono numerose ed è stato divertente cercare le sinergie tra le mie abilità passive e i modificatori di ciascuna arma.
La varietà di nemici è soddisfacente. Oltre ai banditi e le creature di Pandora che già conosciamo sono stati introdotti una buona quantità di nuovi nemici, tra soldati ben corazzati, creature pericolose e alieni ben poco amichevoli. Per fortuna la varietà non è solo limitata al loro design, ma anche ai loro attacchi e alle loro debolezze. La quantità di Boss è molto più bassa che in passato. Ad alzarsi è stata la qualità degli scontri, ben più articolati e caratterizzati, una miscela che ho gradito moltissimo. Si è anche cercato di migliorare il parco di vetture del gioco, con tanto di missioni e sezioni della quest principale da completarsi a bordo di un bolide e un sistema di personalizzazione che permette di creare il proprio mezzo preferito scegliendo decalcomanie, armi e pezzi che offrono bonus sempre diversi.
Al contrario, non ho gradito l’impostazione delle varie ambientazioni di gioco. La trama del gioco ci porterà a visitare un buon numero di pianeti diversi, pretesto che garantisce una buona varietà nel design delle zone che andremo a visitare e distruggere, ma se una volta queste zone erano per la maggior parte delle macro-aree ripiene di posti da scoprire e missioni secondarie da completare, il numero e la dimensione di queste macro-aree è drasticamente diminuito. Molte delle zone proposte sono poco più di larghi corridoi, e prima di trovare una area aperta che ricordi quelle del passato della serie passeranno molte ore. La quantità di quest facoltative è diminuita di conseguenza. Per compensare sono state introdotte una serie di attività secondarie non particolarmente entusiasmanti, più vicine alla raccolta di collezionabili che ad attività vere e proprie.
La sensazione è che gli sviluppatori abbiano cercato di spingere il giocatore a concentrarsi sulla quest principale, anche se temo che questa povertà di contenuti sia stata pianificata in vista delle prossime espansioni del gioco.
Il post-game si presenta abbastanza ricco con una serie di arene con ondate di nemici da sconfiggere e una serie di piccoli dungeon perfetti sia per i cacciatori solitari, sia per i più festaioli. Il tutto è abbinato alla Mayhem Mode, che permette di selezionare un livello di difficoltà tra quattro presenti in modo tale da aggiungere alcuni modificatori randomici all’esperienza di gioco per renderla più competitiva, ma anche in grado di elargire un loot migliore, inoltre i punti esperienza guadagnati in questa modalità permettono di sbloccare altre abilità e aumenti ad alcune delle statistiche del personaggio.
Alcuni dei difetti endemici della serie sono rimasti, come la gestione dell’inventario e dei menù semplicemente infernale, mentre altre aggiunte, come la possibilità di tele-trasportarsi aprendo semplicemente la mappa, sono assai gradite. Sempre parlando di menù si può arrivare a discutere degli aspetti tecnici: mentre la grafica è molto piacevole agli occhi, i giocatori hanno sofferto per molte settimane a causa di numerosi bug, glitch e ritardi vari. Per buona parte della mia esperienza ho avuto problemi nel gestire l’inventario, non potendo contrassegnare i miei oggetti come preferiti o come spazzatura, inoltre fino a poche settimane fa aprire il menù muoversi tra le varie schede era un’azione accompagnata da una serie di lag molto fastidiosi. La colonna sonora del gioco è di gran lunga la migliore della serie e in più di un momento propone delle tracce talmente godibili da desiderare di avere un lettore musicale in-game per poter ascoltare queste tracce durante le mie scorribande.
Per fortuna il gioco è ben supportato, con eventi stagionali assai gradevoli, nuove attività e alcune espansioni in arrivo nel futuro prossimo.
Borderlands 3 non è né il peggiore, né il migliore titolo della sua serie, ma offre comunque quello che un fan della serie vorrebbe: più Borderlands. Nonostante alcune sbavature, mi ha saputo divertire moltissimo e non vedo l’ora di continuare a giocare, sperando di poterlo veder crescere ancora con nuovi contenuti.

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