Tales of Zestiria - recensione
Analizzando espedienti e tecniche narrative utilizzate da buona parte degli sviluppatori nipponici, non si può non registrare un'evidente ritrosia nell'adottare canoni e stilemi contemporanei (o per meglio dire: occidentali). Regie statiche, sceneggiature ridondanti e personaggi stereotipati sino all'eccesso, sono alcune caratteristiche comuni a fin troppi giochi di matrice giapponese, gli stessi che lentamente ma progressivamente faticano sempre più ad incontrare simpatie e apprezzamenti nel nostro continente.
L'evoluzione esponenziale dei publisher statunitensi ed europei ha incentivato l'imposizione di una nuova estetica, estremamente dinamica e attenta allo sviluppo delle psicologie dei personaggi, con la conseguenza di aver reso irrimediabilmente obsoleti e poco attraenti certi modi di raccontare storie. Tales of Zestiria, episodio della fortunata saga Bandai-Namco che, oltre a proporsi su PC, si pone a cavallo tra due generazioni di console, PlayStation 3 e PlayStation 4 nello specifico, sfida luoghi comuni e pregiudizi innescando una timida e controversa rivoluzione che ha proprio nella trama il suo fulcro.
Pur abbondando di siparietti e situazioni già viste, pur riproponendo personaggi fotocopiati da altre incarnazioni di Tales of, pur non lesinando sui buchi di sceneggiatura e altre situazioni fin troppo prevedibili, l'epopea di Sorey e Mikleo offre numerosi spunti intriganti, molti dei quali rimandano dichiaratamente alla nostra contemporaneità.
