Hob - recensione
Vivere in appena nove anni tutto ciò che ha vissuto Runic Games deve essere quanto meno spiazzante, anche se fai parte di un settore in continua evoluzione come quello dei videogiochi. Fondata nel 2008 da un mix di talenti che comprendeva anche alcuni cofondatori di Blizzard North e creatori di Diablo, il team di Seattle riesce a confezionare in appena 11 mesi una più che valida alternativa proprio al franchise di Blizzard, proponendosi come una delle nuove realtà più interessanti e talentuose della scena indie.
Se Torchlight arrivò sul mercato in un periodo relativamente "calmo" per il genere, Torchlight II si confrontò direttamente con Diablo III riuscendo addirittura a uscirne vincente sotto parecchi aspetti. La maggioranza delle azioni dello studio intanto veniva acquistata da Perfect World Inc. e la software house si preparava a un radicale cambio ai vertici che avvenne poi nel 2014, con l'addio di Travis Baldree ed Eric Schaefer, due dei co-fondatori nonché figure chiave di quegli anni di successi.
Non si può non accennare a questi addii dato che probabilmente rientrano tra i motivi che hanno spinto gli sviluppatori verso un cambio di rotta molto deciso, verso quello che in una manciata di anni di lavoro sarebbe poi diventato Hob. Nonostante le richieste impellenti dei fan (ancora oggi la pagina Steam di Hob è piena di "vogliamo Torchlight 3" e "quando inizierete a lavorare a Torchlight 3?") e la possibilità di adagiarsi sugli allori di una IP già conosciuta, rodata e apprezzata, i ragazzi di Runic hanno scelto di osare.
