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Death Road to Canada – Meglio che restare negli U.S.A. di Trump!

Quando l'unica soluzione è emigrare.

Non so se l'opera Rocketcat Games sia davvero stata pensata per essere così allegorica dell'attuale e un po' grottesca situazione politica statunitense (su Steam è uscito nel 2016), ma mi piace pensare di si, perché ciò renderebbe Death Road to Canada ancora più carnevalesco di quello che è. Un viaggio della speranza procedurale per sfuggire da un'apocalisse zombie probabilmente partita dall'insediamento del Donaldone alla Casa Bianca, colmo di imprevisti, morti ammazzati, auto rubate e umorismo isterico, in cui la facile reperibilità di armi è l'unica ancora di salvezza. L'obiettivo del gioco è quello stesso della vita, sopravvivere, con le unghie e con i denti, ma soprattutto con spranghe, doppiette, metamorfosi demoniache e musica country-folk, che non se ne ha mai abbastanza. 14 giorni, chilometri di asfalto, e vagonate di morti viventi (da seppellire definitivamente) dopo, ecco il mio diario di viaggio, che potrebbe anche sembrare una recensione ma che, al solito, se ne guarda bene.

Versione testata: Nintendo Switch
Zombie, roguelike, pixel art e altri classici moderni

Death Road to Canada mette insieme un po' tutto quello che capita a tiro e lo butta nel calderone, come un survivalista allo stremo che dà di matto dopo aver finito il cibo in scatola e comincia a mangiare la corteccia delle conifere. È la mancanza di idee che fa accendere nuove lampadine sulla testa degli sviluppatori. Ed ecco che la componente survival-gestionale viene, grazie al cielo, ridotta all'osso per darci più potere decisionale su un destino già capriccioso di suo, buttandoci sempre al centro dell'azione, “che tanto, cibo, carburante e munizioni le troveremo strada facendo”, come diceva Baglioni, più o meno. Si parte con un alter ego generato proceduralmente, un po' come succede all'atto del concepimento, di cui scoprire chilometro dopo chilometro forze, debolezze, attitudine psichica e senso dell'umorismo. Ed ecco che pochi minuti dopo ci ritroviamo, con un compagno di viaggio, al volante di un'auto scalcagnata lungo una non precisata e sgombra statale statunitense, il primo di 14 giorni verso la terra promessa degli aceri, se Dio vuole, se no anche molti meno, e via da capo. L'atmosfera e l'America dipinta in quest'opera è squisitamente ispirata da un George A. Romero in pixel art, con una particolarissima attenzione al sonoro, mai angosciante, anzi, esaltante e solare, con protagoniste tracce rock ‘n roll, folk, country in chiptune che fanno molto on the road (anche quello di Kerouac) e voglia di sterminare orde di non-morti in grande allegria. Sicuramente l'elemento audio-visivo più caratterizzante della produzione, che vanta anche interessanti filtri grafici utili a sporcare l'immagine e restituire un feeling da pellicola.
Death Road to Canada è un viaggio della speranza procedurale, un'avventura on-the-road esilarante che omaggia George A. Romero e il movimento culturale dei B-Movie in salsa zombie.

La semplificazione generale ai fini della sostanza passa soprattutto per il sistema di combattimento, che prevede armi bianche e da fuoco, dalle più classiche fino a incredibili vette di bizzarria, sperando sempre di non dover ricorrere alle mani nude. Niente impostazione “twin stick”, si mira dove è rivolto il personaggio e basta, per poi premere un singolo tasto e sperare che il colpo vada a segno, mentre centinaia di morti viventi cominceranno a incalzarci, accerchiarci o farsi i fatti loro, dipende dal loro mood, davvero. Una faticaccia. Infatti lo stress andrà a fiaccare orda dopo orda resistenza e morale (con conseguenze, ad esempio, sulla velocità di recupero tra un colpo e l'altro), facendoci capire quando è buona educazione ritirarsi, darsi alla macchia e rifocillarsi. La cosa più divertente e al tempo terrifficante è proprio la mole delle orde, tanto da sembrare un biblico sciame di locuste intento ad aggredire i 720p di Switch. Claustrofobia dinamica in decomposizione, cui sfuggire darà un boost di endorfine al giocatore, indispensabili per continuare il viaggio, ormai entrati in un circolo vizioso da cui sarà difficile disintossicarsi. Ogni tappa dovrà essere scelta con cura attraverso le demenziali scenette di intermezzo. Ovviamente se si ha bisogno di cibo e il menù delle scelte prevede un supermarket, quella sarà la scelta più naturale, eppure osare e fare cose illogiche è proprio l'elemento più divertente del gioco, che non sempre ci porterà a morire malissimo. Come in ogni roguelike si sperimenta, si pasticcia, si è pronti a morire, anche perché il viaggio sarà sempre diverso e le cose assurde che tendono a succedere sono difficilmente numerabili. Il mio alter ego, ad esempio, mentre era al volante è stato posseduto da un demone che l'ha fatto diventare irascibile e sociopatico, donandogli però una forza straordinaria e un soprattutto un forcone forgiato nelle più infime fucine dell'Inferno.

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È Monopoly “28 Giorni Dopo Edition” che incontra il gioco d'azzardo, tutto racchiuso in un libro-game. Si fanno scelte, si accettano conseguenze, si incontrano alieni, si fanno incontri, si guarda il calendario per cancellare un altro santo per un imprevisto e via così, di città in città, di agguato in agguato, di sfortuna in sfortuna, sperando di capitare sulla meno bastarda “casella” del destino. Oltretutto, com'è normale e infame che sia, il livello di difficoltà si impennerà prepotentemente proprio in vista della dogana (avete presente Airport Security su Dmax?), rischiando di mandare tutto a donne di facili costumi nonostante una gestione minimamente oculata degli avvenimenti, in quella che è l'esaltazione del rischio ponderato. Tutto molto bello quindi? Non proprio. La colpa che gli imputo è la mancanza di una personalità ben precisa nell'estetica, molto stilizzata e derivativa seppur gradevole, a differenza di un The Binding of Isaac qualsiasi (sgradevole ma iconico), e soprattutto a livello di gameplay, dove roba come Enter The Gungeon se lo mangia a colazione. Un mondo spietato, dove roguelike mangia roguelike, e purtroppo Death Road to Canada non ha un elemento che spicchi e che ne renda indispensabile l'acquisto rispetto a quelli che sono già affermati capolavori del genere. Più che altro è l'insieme degli elementi che lo compone a definire le sue peculiarità. Ciò non toglie che questo sia il tipo di B-game messo su con passione e savoir faire, dove perdersi nei suoi segreti e nelle sue modalità, tra cui una divertentissima versione celebrity (e che star, non vi anticipo nulla). Una longevità potenzialmente infinita, con la possibilità di giocare in co-op, in cui la bellezza è scoprire nuovi elementi, location, situazioni ad ogni run, avvolti da una deliziosa satira (“Thanks a lot, Obama”) e circondati da carne da macello con cui sfogarsi, sempre col brivido e la consapevolezza che questi morti dementi sono in grado di infliggere il riposo eterno del permadeath.

Death Road to Canada – Meglio che restare negli U.S.A. di Trump! I Love Videogames – Notizie sui giochi per PC, Console e Mobile

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I Love Videogames 17 maggio alle 11:50

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