Vane - recensione
Sony e l'universo PlayStation vengono ormai da anni considerati la patria di avventure artisticamente ricercate e dalle atmosfere uniche e affascinanti. Tra gli esempi più emblematici troviamo i lavori di Fumito Ueda e Team ICO (ICO, Shadow of the Colossus e The Last Guardian), o qualche rappresentante del panorama indie che ha deciso di seguire strade differenti a livello di gameplay puntando comunque con forza su comparto artistico e atmosfere. Per quanto etichettare e paragonare non ci faccia impazzire, non si può parlare di Vane senza parlare di questi accostamenti.
Presentato per la prima volta al Tokyo Game Show 2014, dove ha attirato l'attenzione di molti per i rimandi a Journey e ai lavori proprio di Ueda, l'opera prima di Friend & Foe è sbarcata in questi giorni su PS4 (a meno di sorprese in futuro dovrebbe esserci quanto meno l'arrivo anche su PC) accompagnata da premesse importanti e dichiarazioni peculiari di alcuni membri della software house. Il team ha infatti lanciato un'etichetta particolarmente curiosa per questo titolo: signore e signori ecco il "Dark Souls dei titoli esplorativi".
Ringraziamo lo sviluppatore Matt Smith per questa definizione perché francamente, difficilmente ci sarebbe venuto in mente un accostamento tanto strambo quanto a conti fatti sorprendentemente sensato. Per quanto gli sviluppatori abbiano scelto di non snobbare in toto il gameplay, allontanandosi da questo punto di vista da giochi come Journey e l'acquatico Abzu, l'esplorazione e il movimento all'interno delle 5 aree principali del mondo di gioco rimangono i punti focali dell'esperienza controller alla mano. Ma perché parlare di Dark Souls dei giochi esplorativi? Perché rischiando di alienarsi il favore di alcuni appassionati, Vane punta a far perdere il giocatore proponendo un'avventura meno guidata e potenzialmente più impegnativa rispetto ad altri esponenti del genere.
