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Tutto quello che i giochi possono imparare dal surrealismo - editoriale

Uno dei pezzi forti della mostra videoludica Design, Play, Disrupt al V&A non è un gioco e neppure un interessante progetto di design, ma “La firma in bianco”, un dipinto del surrealista belga René Magritte, in prestito dalla National Gallery of Art di Washington.
Il dipinto è arrivato a Londra per mostrare a tutti un riferimento presente in Kentucky Road Zero, l'adventure game pubblicato nel 2013 da Cardboard Computer.



Per quanto possa sembrare magnifico poter vedere l'originale di un dipinto che si è visto soltanto in foto, non sono molto contenta della sua inclusione all'interno della mostra. Forse è a causa dell'insicurezza che provo ogni volta che parlo con nonchalance dell'importanza culturale che rivestono i videogiochi, ma fare riferimento così chiaramente all'arte, che si tratti di un gioco o di una mostra, può dare l'impressione che il videogioco stia ancora cercando una conferma per potersi inserire nell'ambito artistico. “Questo lo rende ufficiale”, proclamano trionfalmente le recensioni di mostre di questo tipo, “I giochi dopo tutto sono arte!”. L'idea che i game designer siano persone che a volte guardano film, leggono libri o apprezzano l'arte sembra sorprendere e risulta quasi incomprensibile, a meno che non sia dichiarato in maniera esplicita.



Questa è una reputazione che l'industria dei videogiochi spesso alimenta. Alcuni giochi ne hanno influenzati tantissimi altri e i loro titoli adesso hanno lo scopo di indicarne sinteticamente le meccaniche e, a volte, il genere stesso: prendiamo ad esempio Metroid, Zelda o Dark Souls. Il game design ristagna quando viene influenzato dal suo stesso microcosmo. Si potrebbe invece affermare che i giochi sono più divertenti quando prendono ispirazione dal surrealismo, non soltanto in termini visivi.



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24 febbraio 2019 alle 10:40