#3: Among Us e i meme – Storia di una generazione digitale
Le persone si chiedono spesso la ragione dietro al successo di Among Us. Dicono che sia il periodo, tra COVID e solitudine. I soliti giovani che si trovano bene a fare cose senza senso. A riunirsi senza ideali. Ma non hanno capito che è soltanto un gioco figlio del suo tempo. Prima di tutto, dei meme.
Perché in primo luogo, secondo me, si sbaglia approccio quando lo si guarda dall'esterno. Lo si giudica in base ai propri canoni di giusto e sbagliato. Una moralità antica, che ha perso il suo senso forse già da mani pulite. Si cerca di analizzare, datare, osservare con rigore scientifico la sua storia. La sua origine. I sentimenti che hanno portato al suo successo. Eppure a me sembra solo lo sguardo di un medico su un cadavere. Perché pensandola in questo modo, l'avete ucciso. Among Us è il figlio del meme. Del meme che non sta fermo, l'elettrone inquieto della nostra cultura. C'è un motivo se si chiama memetica. Perché è una scienza, vede solo a posteriori.
Heisenberg l'aveva capito per gli elettroni: È impossibile determinare contemporaneamente e con uguale precisione la loro velocità e la loro posizione. Il principio è lo stesso.
Ed è per questo che il meme è così esplosivo. Che esistono mozioni, gofundme e movimenti dell'alt-right. È un argomento di enorme portata. Perché è la nuova frontiera della nostra comunicazione. È per questo che vincono i demagoghi . Hanno capito qual è il sentimento popolare. Hanno intercettato i favori di gruppi di persone che sanno come funziona internet. Lo sanno davvero. Perché ci vivono. Non c'è bisogno di studi, manuali. Basta capire gli ingranaggi che stanno dietro alla nostra vita quotidiana.
Il bisogno di scappare dal circolo vizioso
È questo il contesto in cui vive un ragazzo giovane e normale. Si trova tra la normalità che lo schiaccia, con persone come te che lo guardano dall'alto giudicandolo secondo i propri canoni, e un internet che gli appartiene sempre meno. Che è comandato da virus comuni. Una forma d'arte “virale” vera e propria. Perciò cercano l'affetto altrove. È la carenza di felicità e di relazioni genuine che li contraddistingue. A risolverlo ci sono (anche) i videogiochi.
Party online su Fortnite, chiamate su Discord. Gruppi e messaggi in privato. Cuoricini su Instagram. Questo mondo interconnesso non è solo negativo, dopotutto. Infine, Among Us. Among Us, che simula le meccaniche di internet in piccolo. Traditori e traditi. Persone ferite e coinvolgimenti emotivi. Si prende un ruolo e ce lo si cuce addosso. Però lo si fa in compagnia. Lo si fa assieme. Lo si fa come si faceva un tempo, “in goliardia“. Si torna a quella recita che c'era prima, ancora per un momento, e si riacquisisce la propria identità personale.
Non si può spiegare Among Us come un prodotto di mercato. Non ci sono solo logiche contrattuali, fredde, su queste cose. È solo il contesto in cui nasce che ha reso Among Us quello che è.
A sua volta, ha sviluppato dei meme, che sono diventati di uso comune. Ha creato una cultura sociale, perché è quello di cui i ragazzi avevano bisogno. Avevano bisogno di tornare, per un po', nel passato e sentirsi di nuovo vicini. Non minacciati dal pensiero collettivo, ma liberi tra simili. Il passaparola ha fatto il resto. Ha diffuso quello che era normale. D'amico in amico, come un virus parallelo, ha occupato le giornate dei giovani durante la pandemia. Ancora una volta, la medaglia ha due facce, e continuiamo a non vederla.
Su internet, certe cose non hanno senso. Altre sono frutte dell'interesse collettivo. Altri ancora sono miti. È la città delle persone che sono sfuggite dalla metropoli per rifugiarsi in un posto sicuro. Questo posto sicuro, oggi, è un'astronave nello spazio. A bordo, ci sono traditori, con le spade puntate alle vostre spalle.
Io, sono uno di quelli. Perché Among Us, in verità, non l'ho mai giocato.
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