Final Fantasy X, la virtualità del sogno
C'è stato un tempo in cui i Final Fantasy erano i sovrani indiscussi dei JRPG. La ragione era una fortunata combinazione di maestranze, a cominciare dalle menti di Kitase e Sakaguchi per finire con l'orecchio fine di Nobuo Uematsu. C'era poi la capacità di parlare a un pubblico giovane, complice l'estetica urbana e modaiola di Tetsuya Nomura. Ogni capitolo della saga racchiudeva in sé un mondo carismatico, compatto, a tratti sperimentale, dove persino il suono di un menù tintinnava di promesse.
Nuova partita. Un treno catapulta Cloud in una città disperata, le parole di Rinoa danno il via all'esoterismo sci-fi dell'avventura temporale di Squall, una tempesta e uno scenalante in volo preannunciano la fiaba shakesperiana e superdeformed di Gidan. Tre esperienze che portano l'allora Squaresoft nelle case dei videogiocatori di tutto il mondo. Dopo questi successi giunge il tempo del balzo generazionale, di abbandonare i 4 CD a favore del singolo DVD.
Il 19 luglio 2001 la saga si sposta su PlayStation 2 e Final Fantasy X viene giocato, per la prima volta, dal pubblico giapponese. Nessun treno, nessuna battaglia a colpi di Gunblade, nessuna pantomima da teatro. La storia comincia dalla fine, Tidus vuole raccontarcela proprio a due passi da una Zanarkand abbandonata e rovinata dal susseguirsi delle ere. Eccola, la meta del suo viaggio. C'è solennità, c'è religiosità, c'è un tramonto distante e triste. La sua storia, la nostra storia, inizio e fine di una spirale.
