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Assassin's Creed, da un passato autoriale a un futuro tutto da scrivere

Non appena si pronuncia il nome di “Assassin's Creed” un brivido corre lungo la schiena di molti giocatori, ma per ciascuno ha un significato diverso. Chi ha conosciuto il franchise solo negli ultimi anni tende a identificare negli open world Ubisoft il bene oppure il male del gaming moderno, e non importa quale nuova meccanica venga inserita o quale vezzo artistico venga implementato: per alcuni sarà bellissimo, mentre per altri dimenticabile. Ma come si è arrivati fino a questo punto?



Con il brand di Assassin's Creed si sfiora un paradosso: se da una parte si tratta di titoli che basano la loro vita su avvenimenti storici e che portano il giocatore ad approfondirli anche attraverso l'ottimo Discovery Tour introdotto con Origins, dall'altra Ubisoft sembra faticare a leggere un'altra storia, quella sua personale, in un mercato videoludico che di situazioni simili ne ha viste a bizzeffe.



Basta citare Tomb Raider per rendersi conto di come la storia sia una spirale di eventi che si ripetono seppur con piccoli cambiamenti dovuti al contesto specifico. Tomb Raider e Assassin's Creed sono infatti accomunati dallo stesso destino, con una serializzazione intensa che ha portato presto a una saturazione agli occhi degli appassionati, con capitoli molto simili tra loro nonostante i cambi di ambientazione. I punti di rottura però con il pubblico sono avvenuti in tempi diversi: se critica e pubblico hanno iniziato a sentire il peso delle vicende di Lara Croft con The Last Revelation (quarto capitolo), per Assassin's Creed le cose sono andate diversamente, perché spesso la cura delle nuove ambientazioni storiche è riuscita in qualche modo a mettere una pezza alla ripetitività delle situazioni. Prima o poi però le cose si sono fatte più critiche per entrambi i franchise e curiosamente i problemi tecnici dovuti all'approdo su nuovi sistemi sono stati quelli che ne hanno sancito la crisi vera e propria.



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6 luglio 2022 alle 10:40