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Prison Alone – Recensione

I videogiochi che si muovono nell'ambito dell'horror psicologico, quelli con visuale in terza persona e quelli che fanno ampio ricorso ai jumpscare sono diventati una moda che non sembra destinata a esaurirsi presto. Prison Alone attinge da tutti questi elementi e realizza un mix unico che non riesce a convincere, soprattutto per una mancanza di profondità che rende il gioco piuttosto piatto e facilmente dimenticabile. Scopriamo il motivo di questo insuccesso con la nostra recensione.



In prigione da soli



Le premesse di Prison Alone sono molto semplici. Ci risvegliamo all'interno della cella di una prigione, con un messaggio che ci spiega che è stata eseguita un'evacuazione dalla quale noi siamo rimasti esclusi. La nostra cella è aperta, fortunatamente, ma il problema è che il resto dell'edificio sembra essere completamente deserto e abbandonato. Terrificanti presenze ci faranno presto sperare che fosse proprio così.



Prison Alone è fondamentalmente un walking simulator horror, nel quale possiamo semplicemente muovere il nostro protagonista osservando il mondo dalla sua visuale in prima persona e interagire con alcuni (pochi) elementi nella prigione. Questi elementi sono alcune lettere o post-it, che servono ad approfondire la storia della prigione e a trovare indizi per risolvere gli enigmi che si frappongono tra noi e l'uscita.



Lo scopo, ovviamente, è proprio fuggire dalla prigione. Il rischio, restando all'interno dei blocchi di celle che la costituiscono e delle stanze di servizio tra un corridoio e l'altro, sarebbe quello di morire… ma di paura o di noia, non certo fisicamente. Non c'è nessun elemento pericoloso, infatti, niente che possa davvero ferire il nostro protagonista, il cui percorso è definito solo dal tempo che vorremo dedicare all'esplorazione e da quello che impiegheremo per risolvere alcuni banali rompicapi.



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C'è dell'horror in questo gioco horror?



I “mostri” ci sono, beninteso, realizzati con un design che di mostruoso ha poco e che, guardati da vicino, diventano quasi comici, ma non possono ferirci in alcun modo. La loro funzione è quella di spaventarci, creando momenti di tensione con i già citati jumpscare, sottolineati da effetti sonori e costituiti da brevi apparizioni nel buio, dietro un angolo, o dentro a una cella. Ma si riduce tutto a questo, senza che ci venga richiesto di nasconderci, di difenderci, men che meno di attaccare.



A contribuire a quel senso di continua tensione c'è la colonna sonora che accompagna la fuga, uno dei pochi elementi effettivamente riusciti. Anche l'ambiente ci mette del suo, con bidoni della spazzatura o cartelli di “pavimento bagnato” che ci inseguono mentre ci giriamo di spalle, creando momenti disturbanti che subito si dissolvono al tornare della linearità della progressione. Enigmi a parte, infatti, il nostro sarà un percorso da un punto A a un punto B con minime possibilità di divagazione e con il problema del backtracking, che avrebbe aggiunto artificiosamente qualcosa alla longevità, che viene aggirato dagli stessi sviluppatori aprendoci scorciatoie per ridurre i tempi.



Posso farlo a occhi chiusi



Gli enigmi, per concludere il quadretto, sono di soli due tipi ed estremamente banali. Dovremo trovare combinazioni da inserire su pannelli elettronici per aprire delle porte, ma non dovremo mai muoverci che di poche stanze per reperire i post-it con il codice in bella mostra. E dovremo attivare degli interruttori in un preciso ordine, compito che non richiederà mai più di tre o quattro tentativi. Capita la meccanica, la troveremo ripetuta poche volte in diverse aree della prigione, senza ulteriori sviluppi o aumenti di difficoltà.



In altre parole, Prison Alone si concede interamente nei primi dieci minuti e poi si trascina fino alla fine, con una spinta a proseguire data solo dalla volontà di esplorare minuziosamente ogni cella, per chi vuole ottenere il Platino, o di leggere i documenti che spiegano gli eventi che hanno portato il carcere alla situazione in cui ci troviamo, banalotti e prevedibili anch'essi.



Un Platino per rigiocare



I trofei di Prison Alone, estremamente preziosi con 11 Ori e 1 Platino, si ottengono quasi senza sforzo dedicandosi alla minuziosa esplorazione dei pochi e poco estesi luoghi del gioco e risolvendo gli enigmi obbligatori per la progressione. Il trofeo sul finale alternativo e quello sulla speedrun sono l'unico incentivo a una seconda partita dopo la prima, brevissima esperienza.




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27 luglio 2025 alle 17:10