Death Kid – Recensione Speedrun
Frutto del lavoro di un singolo sviluppatore indipendente Crooked Games, Death Kid è un arena brawler in pixel art che unisce l'immediatezza degli arcade anni '90 a una struttura roguelite moderna. Dopo quasi otto anni di sviluppo, il gioco arriva su console promettendo combattimenti serrati, sfide impegnative e un loop di progressione avvincente. Il nostro scopo? Scendere in un pozzo oscuro, rompere otto sigilli e proteggere tre anime smarrite, affidandoci soltanto ai nostri pugni, alle abilità sbloccabili e a riflessi ben allenati.
Una trama essenziale
Come spesso accade in titoli di questo genere, Death Kid non fa della narrazione il suo perno. Tuttavia, offre un contesto simbolico affascinante: tre anime imprigionate tra la vita e la morte devono essere accompagnate lungo otto livelli sempre più pericolosi. Il protagonista, una sorta di piccolo mietitore, agisce silenziosamente ma con determinazione, accompagnato da una guida misteriosa che commenta il viaggio con toni criptici. Niente cutscene elaborate o testi lunghi: qui è l'atmosfera a parlare.
Colpisci, schiva, sopravvivi
Il fulcro dell'esperienza è il combattimento veloce e tecnico, un mix di azione arcade e decisioni strategiche. Il protagonista può contare su un set di mosse basilari—pugni, calci, dash evasivi—arricchiti da sei abilità attive sbloccabili, come colpi rotanti, dash offensivi o sfere energetiche. A queste si sommano 15 skill passive, che migliorano danni, resistenza e rigenerazione.
La struttura del gioco è lineare ma intensa: otto livelli sempre più ostili, popolati da ondate di nemici e boss, ciascuno protetto da un sigillo. A ogni livello superato, le anime si fanno più fragili, rendendo ancora più difficile proteggerle. Chi riesce a completare un livello senza subire danni riceve un moltiplicatore d'esperienza triplicato: un incentivo concreto a perfezionare la propria tecnica. Presente anche una modalità Challenge, che propone varianti extra per chi cerca sfide più complesse. Il tutto è impreziosito da una meccanica di “rage mode”: accumulando danni, il personaggio può trasformarsi per un breve periodo, potenziando drasticamente i colpi.

Un comparto sobrio, ma solido
Death Kid adotta una pixel art minimalista ma evocativa, con palette cupe e animazioni essenziali. Ogni livello è ben differenziato e si distingue per una certa coerenza visiva, pur senza virtuosismi grafici. Sul piano sonoro, il gioco sfrutta una colonna sonora elettronica ritmata, commissionata da Adam (lo sviluppatore), che accompagna bene il ritmo dell'azione. Su PlayStation 5 il gioco gira in modo fluido, senza cali di frame rate o caricamenti invasivi. L'input lag è minimo, elemento cruciale per un titolo che vive di precisione. L'uso del DualSense è limitato, ma non assente: le vibrazioni sono presenti, seppur non fondamentali.
Un Platino solo accessibile ma impegnativo
Il Platino è composto da 34 trofei che si sbloccheranno strada facendo nella nostra mietitura di nemici, l'unico neo che potrebbe rendere più difficile il Platino è quello di finire il gioco in tutte le difficoltà tra cui la “difficoltà impossibile”, impresa comunque alla portata degli amanti del genere. Per il resto, si tratta di una lista molto lineare, in cui sarà sufficiente puntare al finale migliore per portare a casa un discreto numero di coppe.
L'articolo Death Kid – Recensione Speedrun proviene da PlayStationBit 5.0.
