Will: Follow the Light – Recensione
Sviluppato e pubblicato da TomorrowHead Studio, Will: Follow the Light arriva su PlayStation 5 come il debutto di un team indipendente che punta in alto, mescolando viaggio, introspezione e scenari nordici costruiti con grande ambizione tecnica. L'idea di seguire un guardiano del faro attraverso mari difficili e territori isolati ha una forza immediata, ma bastano poche ore per capire che l'esperienza alterna momenti riusciti ad altri meno solidi. Il gioco prova a unire una storia personale con meccaniche di esplorazione e puzzle più strutturate del previsto, senza però trovare sempre un equilibrio stabile tra ciò che vuole raccontare e ciò che chiede al giocatore di fare.
Una storia di padri, silenzi e distanze che non si colmano da sole
Will è un uomo che ha scelto l'isolamento come rifugio. Vive in un faro remoto, scandisce le giornate con rituali ripetitivi, parla poco e ascolta ancora meno. Quando una frana devasta la sua città natale e il figlio Thomas risulta disperso, il suo mondo si incrina. Parte immediatamente, convinto di dover affrontare un viaggio disperato. La verità, però, emerge presto: Thomas non è davvero scomparso, è con il nonno. E questa rivelazione, invece di rafforzare la tensione narrativa, la indebolisce. Il gioco cerca di trasformare la ricerca in un percorso interiore, un viaggio nella memoria e nel dolore, ma la posta emotiva si diluisce troppo presto, lasciando un vuoto che la storia fatica a colmare.
La lanterna speciale, capace di rivelare ricordi e frammenti di vita passata, è uno degli strumenti più riusciti: un modo elegante per raccontare senza spiegare, per evocare senza appesantire. Ma non basta a compensare una scrittura che spesso preferisce dire tutto invece di suggerire, che spiega quando dovrebbe lasciare spazio al silenzio, che forza dialoghi che avrebbero avuto bisogno di più naturalezza. Il tema della paternità, del lutto e delle ferite ereditarie è potente, ma il gioco non sempre riesce a sostenerlo. Alcuni personaggi reagiscono agli eventi con una leggerezza che stona, altri sembrano esistere solo per fornire informazioni, senza una vera identità. E quando il finale arriva, lo fa con un'intenzione chiara ma con un impatto minore di quanto avrebbe potuto.

Un gameplay che alterna intuizioni brillanti a momenti di pura fatica
Will: Follow the Light appartiene alla famiglia delle avventure narrative in prima persona, quelle in cui l'esplorazione e la storia sono il fulcro dell'esperienza. Ma TomorrowHead Studio ha voluto arricchire la formula con sistemi di traversal più complessi, come la navigazione a vela e la slitta trainata dai cani. Sulla carta, è una scelta ambiziosa. Nella pratica, è una promessa mantenuta solo a metà.
La navigazione è sorprendentemente curata: la Molly reagisce al vento, alle onde, all'inerzia, e governarla richiede attenzione. Ci sono momenti in cui il mare aperto diventa un luogo di contemplazione, in cui il rumore del legno e il taglio dell'acqua creano un'atmosfera che pochi giochi riescono a replicare. Ma queste sequenze, invece di essere il perno dell'esperienza, diventano parentesi brevi tra puzzle lunghi e ripetitivi. Il gioco offre persino la possibilità di saltarle, come se non credesse davvero nella loro importanza. Le sezioni in slitta sono ancora più brevi, quasi un assaggio di ciò che avrebbero potuto essere. Visivamente splendide, dinamiche, coinvolgenti, ma relegate a pochi minuti che lasciano più nostalgia che soddisfazione.
Il vero nodo del gameplay, però, sono i puzzle. Non tanto per la difficoltà, quanto per la loro struttura. Troppo spesso si trasformano in catene di compiti minuziosi, ripetitivi e privi di un legame emotivo con ciò che sta accadendo. Serve un oggetto? Prima bisogna ripristinare un generatore, poi trovare un fusibile, poi risolvere un minigioco, poi parlare con un personaggio, poi tornare indietro, poi ripetere lo stesso minigioco di mezz'ora prima. È un design che allunga artificialmente la durata e spezza il ritmo narrativo, trasformando un viaggio emotivo in una serie di commissioni da sabato mattina.

Un mondo che incanta gli occhi, anche quando il resto fatica a seguirlo
Se c'è un aspetto in cui Will: Follow the Light eccelle senza esitazioni, è la direzione artistica. TomorrowHead Studio sfrutta Unreal Engine 5 con una maturità sorprendente per un team così piccolo. Le coste settentrionali, i fiordi, le isole abbandonate, le vallate innevate: ogni scenario è costruito con una cura fotografica che lascia senza parole. Nanite permette di mantenere dettagli anche a grande distanza, mentre Lumen gestisce la luce in modo naturale, creando atmosfere che cambiano con il meteo e con il ciclo giorno-notte.
Navigare di notte sotto l'aurora boreale è uno di quei momenti che restano impressi, così come attraversare una tempesta o osservare la neve che si accumula sulla barca. Anche gli interni, pur essendo spesso teatro di puzzle meno riusciti, sono ricchi di dettagli: strumenti abbandonati, documenti, oggetti che raccontano vite passate.
Il comparto sonoro accompagna tutto con sensibilità: il vento, il mare, il legno che scricchiola, i cani che abbaiano in lontananza. La musica interviene con discrezione, lasciando che siano i suoni naturali a costruire l'atmosfera. Purtroppo, a questa cura visiva si affiancano problemi tecnici che spezzano l'immersione. Bug che bloccano gli obiettivi, luci che scompaiono nei momenti cruciali, freeze improvvisi durante gli screenshot, autosalvataggi posizionati in modo discutibile. Sono inciampi che non rovinano l'esperienza, ma la rendono più faticosa di quanto dovrebbe essere.

La strada verso il Platino
La lista trofei di Will: Follow the Light segue la stessa filosofia dell'avventura: un percorso fatto di piccoli gesti, ricordi, oggetti che riaffiorano e momenti che chiedono più attenzione che abilità. Il Platino arriva solo dopo aver attraversato ogni sfumatura del viaggio di Will, ma senza mai trasformarsi in una sfida punitiva. La maggior parte degli obiettivi nasce infatti da azioni quotidiane: preparare il faro prima della tempesta, accendere la luce con la lanterna, fare una tazza di tè, osservare una partita a scacchi lasciata a metà, trovare la bussola di Thomas o mettere in mare la Molly. Sono frammenti di vita che accompagnano la progressione naturale, più che ostacoli da superare.
Accanto ai momenti narrativi ci sono i trofei legati ai ricordi, come visitare la tomba di Ila o raccogliere tutte le sue cassette, che aggiungono un peso emotivo al viaggio e invitano a esplorare con calma. La lanterna diventa spesso il fulcro di queste scoperte, rivelando disegni, echi del passato e dettagli che arricchiscono la storia. Anche le sezioni più dinamiche, come la fuga dall'avalanche, l'incontro con il capodoglio o la corsa in slitta, trovano spazio nella lista, ma senza mai richiedere precisione estrema.
La parte più impegnativa riguarda i collezionabili: modellini di barche, sistemi solari da assemblare, disegni da rivelare, lattine di tè e registrazioni sparse nelle varie isole. È una caccia che premia chi ama osservare ogni angolo, più che chi cerca una sfida tecnica. Alcuni trofei, come completare il viaggio senza danneggiare la barca o finire il gioco in meno di cinque ore, aggiungono un pizzico di tensione, ma restano obiettivi accessibili con un minimo di attenzione. Nel complesso, è una lista che riflette perfettamente l'identità del gioco: lenta, contemplativa, più legata all'atmosfera che alla difficoltà.
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