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THE FOUNDERS | Claudio Moneta: La voce delle Emozioni

C'è qualcosa di profondamente ancestrale, quasi divino, nel mestiere di chi presta la voce. In un'epoca dominata dall'iper-esposizione visiva, dove l'immagine satura ogni spazio cognitivo e consuma famelicamente l'immaginazione, il doppiatore e l'attore di prosa rimangono gli ultimi custodi di un segreto invisibile. Esistere nell'ombra per dare luce a un altro essere. Spogliarsi della propria carne, del proprio volto, per farsi puro soffio, risonanza, battito cardiaco tradotto in fonema.



Quando parliamo di Claudio Moneta, non stiamo semplicemente evocando una delle carriere più straordinarie e longeve del panorama della localizzazione e del teatro italiano. Stiamo parlando di un demiurgo gentile. La sua voce non è solo uno strumento; è una mappa emotiva collettiva. È il sarcasmo spensierato e surreale di SpongeBob SquarePants, la solennità ferita e inflessibile del comandante Shepard in Mass Effect, la determinazione incrollabile di Goku in momenti cruciali della nostra crescita, ma è anche il rigore classico della tragedia greca su un palcoscenico teatrale.



Incontrare Claudio per la nostra rubrica The Founders significa fermare il tempo. Significa sedersi al limite di una cabina di doppiaggio, o sul ciglio di un palco a luci spente, e osservare come la tecnica più rigorosa possa distillarsi, per pura sottrazione, in arte assoluta. Tra queste righe non troverete solo aneddoti professionali, ma una vera e propria filosofia della presenza e dell'assenza. Una riflessione materica sulla voce, concepita come creta da plasmare continuamente per evitare che si secchi e muoia, e un'appassionata difesa dell'artigianato artistico contro le catene di montaggio della modernità industriale.



Benvenuti in questo viaggio dietro lo specchio del suono.

L'INTERVISTA: 



Daniele: Claudio, per rompere il ghiaccio vorremmo partire dallo strumento più prezioso che possiedi: la tua voce. Se essa fosse un materiale tangibile, che tipo di materiale sarebbe? Come descriveresti la densità e la consistenza di questo straordinario strumento?



Claudio Moneta: Guarda, dal punto di vista materico ti direi senza dubbio la creta, o la plastilina per fare un salto all'infanzia. Qualcosa di estremamente modellabile. Però la creta, così come la plastilina, ha una caratteristica bellissima e terribile: se non continui a lavorarla, anche se sei il più grande scultore della storia, si secca. Si indurisce. E una volta indurita, tu puoi anche aver creato la struttura fisica più bella del mondo, ma rimarrà immobile, immutabile.



Io credo che il dovere più grande di un attore sia quello di continuare a lavorare, e in realtà non parlo solo della voce. Dico la creta perché è materica, è qualcosa che possiamo associare a un corpo, a qualcosa che possiamo toccare in tutte le sue dimensioni. La voce è solo la conseguenza di ciò che quel corpo riesce a generare. Va continuamente lavorata. Certo, ci sono le basi tecniche, le regole che ti insegnano nelle scuole serie; poi però devi trovare tu le posizioni dei suoni, la forma di quei suoni. Devi visualizzare questa forma interiore e metterla in relazione con il tuo corpo. Questa è un'elaborazione intima: posso provare a trasmetterti un'immagine per spiegarti un suono, ma varrà per me, non è detto che funzioni per te. Essendo viva, la voce va tenuta in vita.



Daniele: Spesso le persone dicono: “Vorrei fare il doppiatore, ma non ho una bella voce”. Cosa pensi di questo approccio?



Claudio Moneta: È un classico! Arrivano e ti dicono: “Mi hanno detto che ho una bella voce” oppure “Vorrei fare doppiaggio ma non ho la voce adatta”. Ma cosa c'entra? La voce è uno strumento. Il tuo sarà in un modo, il mio in un altro. Il dovere dell'attore è renderla malleabile, non avere un timbro “bello” fine a se stesso.



Daniele: Tu hai vissuto l'evoluzione del doppiaggio dall'interno. Qual è la trasformazione, o forse l'involuzione, che ti ha colpito di più nel corso degli anni?



Claudio Moneta: In positivo c'è sicuramente l'aspetto tecnologico. L'uso del computer ha portato una quantità di strumenti incredibile. È vero che il suono del nastro magnetico aveva un altro calore, ma oggi dal punto di vista qualitativo si può fare molto di più e meglio.



Purtroppo, però, la tecnologia viene spesso usata per scopi puramente commerciali. Quando diventa lo strumento per rendere semplicemente più fruttuosa e veloce la macchina produttiva, allora emergono i lati negativi. Con la tecnologia si può produrre di più, e allora la logica dominante acrobatica diventa: “Facciamo di più, non facciamo meglio”.



Questo ha portato, per esempio, a registrare quasi sempre in “colonna separata”, cioè da soli in cabina. Dal punto di vista tecnico e dell'equalizzazione è un vantaggio enorme: puoi gestire la singola frase senza accavallamenti, migliorare il sincrono al millimetro. Ma recitare da soli può essere difficilissimo. Io, in realtà, sono abbastanza a favore della colonna separata perché costringe l'attore a uno sforzo enorme: devi dialogare con qualcuno che non c'è. L'attore completo, quello che calca il palcoscenico o sta davanti alla cinepresa, sa bene cosa significa. Quando studi una parte da solo a casa, ti immagini le battute degli altri. Giochi come i bambini. È uno stimolo, se lo si affronta con la giusta attitudine.



Daniele: Cambia qualcosa nel tuo approccio attoriale quando ti trovi davanti a un prodotto singolo rispetto a un'opera seriale o a una saga divisa in più capitoli?



Claudio Moneta: Dal punto di vista puramente attoriale no, non cambia nulla. Anche se hai una sola battuta. Proprio oggi ero in uno studio e mi hanno mostrato due battute incise da un collega per un ruolo piccolissimo, una specie di cameriere che entra in scena. Erano meravigliose, perfette. Questo ti fa capire che avere una battuta, un monologo o dieci puntate non cambia l'approccio: devi comunque pensare come il personaggio.



Certo, quando hai poche battute per certi versi è persino più difficile. Nel seriale hai più tempo per far respirare l'evoluzione del personaggio, ma a volte questa evoluzione avviene per micro-cambiamenti sottili, oppure il copione non ti svela subito la verità. Non molto tempo fa ho doppiato un film in cui interpretavo un poliziotto. All'inizio sembrava una commedia leggera, ma andando avanti si è rivelato una tragedia assoluta. Non sapere dall'inizio dove sarei andato a parare mi ha permesso di percorrere quella strada con una verità incredibile.



Daniele: Nel mondo dei videogiochi capita spessissimo di dover “doppiare alla cieca”, senza immagini di riferimento. Qual è la difficoltà più grande in questo tipo di vuoto visivo?



Claudio Moneta: Cercare di capirci qualcosa quando le informazioni che ha il direttore del doppiaggio sono minime. Spesso il gioco è ancora in fase di sviluppo, quindi non abbiamo immagini, o sono incomplete. Dobbiamo affidarci alla colonna guida originale in cuffia. Bisogna sperare che quella guida sia definitiva, perché a volte ti trovi battute provvisorie recitate da programmatori o altri attori.



La vera difficoltà è quando doppie una scena a pezzi, in sessioni diverse. Ti trovi a dire una battuta e devi chiedere: “Ma il personaggio si sta muovendo o è fermo? Con chi sta parlando? A cosa risponde?”. Una frase apparentemente semplice può essere detta in mille modi diversi a seconda dello stato d'animo e dello spazio circostante. Se mancano queste informazioni, rischi di fare una scelta “democristiana”, come la chiamo io: una via di mezzo piatta che non sta né a destra né a sinistra, che va bene per tutto ma non eccelle in nulla. Non è una bella scelta artistica, ma a volte è l'unica possibile per non sbagliare clamorosamente.



Daniele: Ti è mai capitato di risentire un tuo lavoro “alla cieca” a opera finita e pensare che lo avresti fatto in modo totalmente diverso se avessi avuto più elementi?



Claudio Moneta: Sempre. Ho costantemente questa sensazione, anche per prodotti che ho recitato e non diretto. Mi dà un fastidio tremendo quando, guardando il prodotto finito, avverto difetti di sincrono o di interazione dovuti alla colonna separata. Due personaggi che dovrebbero sussurrarsi cose intime e invece sembra che si parlino da sordi, con volumi e intenzioni sfasate. Lì mi imbestialisco.



Io non sono un videogiocatore, ho una caterva di giochi che mi hanno regalato nei decenni ma non ho mai giocato. Di recente sono stato in giuria a Torino per assegnare dei premi al doppiaggio dei videogiochi. Ho sofferto molto: ho visto prestazioni attoriali individuali splendide che però, nel prodotto finito, venivano rovinate da problemi tecnici o di montaggio. Doppiare un videogioco andrebbe organizzato meglio. Quando non viene bene, spesso non è colpa di una persona specifica, ma di un tassello che è saltato nella catena produttiva.



Tuttavia, c'è un lato romantico. Agli esordi il doppiaggio dei videogiochi era snobbato, considerato di “serie B” dai colleghi più illustri. In realtà, doppiare un videogioco è come fare un radiodramma. Nel radiodramma il personaggio lo devi creare dal nulla solo con la voce, devi farlo vedere tu all'ascoltatore. Nel videogioco spesso hai solo un disegno fermo o una descrizione sintetica del tipo: “Soldato, 30 anni, 8 figli”. Sì, d'accordo, ma io ho bisogno di vederlo muoversi. Se non c'è l'immagine, devo inventare io il suo movimento e la sua fisicità.



Daniele: Quanto incidono in questo processo elementi non verbali come la respirazione, le pause e il ritmo, rispetto alla semplice gestione del timbro vocale?



Claudio Moneta: Sono fondamentali. Doppiare, e non lo dico in senso poetico, significa innanzitutto respirare con il personaggio. Non vuol dire semplicemente far sentire i fiati o i sospiri al microfono. Significa comprendere il “pulsare respiratorio” di chi stai interpretando. Se un personaggio is agitato respira in un modo, se è seduto tranquillo respira in un altro. Se ti concentri solo sul momento in cui apre la bocca per dire la battuta, otterrai solo una sequenza fredda di timbri. In mezzo alle parole c'è la vita, c'è il respiro.



Se guardi una scena a volume spento, capisci subito se l'attore sta facendo vivere il personaggio attraverso il respiro. È il motivo per cui spesso critico certa fiction italiana: se togli l'audio, a volte non vedi la vita scorrere nei corpi, non vedi la verità fisica. Negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, anche nei prodotti di serie B o C, gli attori hanno sempre una verità corporea e respiratoria eccellente. Il timbro e il lavoro vocale sono solo un passaggio successivo.



Mirco: Claudio, prendo io il testimone. Ti è mai capitato di rifiutarti di leggere una battuta o di volerla modificare drasticamente perché contrastava con la tua etica o non suonava bene?



Claudio Moneta: Cambiare le battute in studio è la norma, soprattutto quando dirigo. Il testo viene tradotto e adattato, ma in sala si fa l'ultimo passaggio per “rimettersi la battuta in bocca” in modo naturale, per farla scorrere, per renderla più incisiva o divertente. Il nostro dovere è restituire allo spettatore italiano la stessa identica sensazione che prova lo spettatore originale. Se il pubblico americano ride in un punto, il pubblico italiano deve ridere nello stesso punto. Spesso nelle vecchie sitcom partivano le risate registrate ma la battuta tradotta letteralmente non faceva ridere per niente. Il doppiaggio è un bellissimo inganno, un falso d'autore che deve ricreare l'effetto emotivo originale, anche a costo di tradire la letteralità della traduzione.



Mirco: Di fronte a un adattamento piatto, quanto spazio di manovra ha realmente l'attore in cabina oggi?



Claudio Moneta: Dipende moltissimo dal direttore e, sopra di lui, dal cliente. Io cerco sempre la massima collaborazione quando dirigo e quando sono sul leggio. Oggi le grandi piattaforme streaming hanno imposto regole globali molto rigide e spesso ottuse. Il doppiaggio, inteso come artigianato artistico, è stato praticamente inventato e perfezionato in Italia. Ma le multinazionali, dovendo distribuire in tutto il mondo contemporaneamente, hanno creato barriere di sicurezza, norme di riservatezza e veti insensati. Spesso ti dicono: “Il testo è stato approvato dall'alto, non si può cambiare una virgola”. Ma magari quel testo è stato approvato da un referente che non parla italiano o che non capisce che l'italiano parlato segue regole sintattiche diverse da quello scritto.



Io lotto da sempre per questo: dirigo solo se posso comunicare direttamente con il cliente finale, senza intermediari commerciali che non capiscono il lavoro artistico. Quando non puoi farlo, si lavora male e il prodotto ne risente. L'eccesso di barriere e burocrazia limita inevitabilmente l'arte.



Mirco: Come si bilancia l'ego inevitabile dell'artista con la necessità di restare invisibili per lasciare spazio al personaggio?



Claudio Moneta: Questo è estremamente soggettivo. Per quel che mi riguarda, per me esiste solo il lavoro che facciamo, non chi lo fa. A teatro ho sempre pensato che, una volta finito lo spettacolo, si dovrebbe chiudere il sipario e buonanotte a tutti. Andatevene a casa con la magia intatta. Andare lì a fare passerella a raccogliere applausi… per me è quasi come spaccare il “cielo di carta” di Pirandello. Quella finzione drammatica non andrebbe spezzata.



L'attore, anche quando è sul palco, deve scomparire. Chi sei tu non importa a nessuno. Tu non devi sovrapporre nulla di tuo al personaggio. È il paradosso dell'attore: io smetto di pensare come Claudio Moneta e inizio a pensare come Edipo, o come SpongeBob. Da quel momento non devo più fingere, devo solo seguire i pensieri del personaggio. Se hai bisogno di usare questo mestiere per nutrire costantemente il tuo ego, secondo me hai sbagliato lavoro.



Ricordo l'intervista di un bravissimo tenore russo cresciuto in Italia. Alla domanda su cosa consigliasse ai giovani, rispose: “Se volete fare questo mestiere per diventare famosi, lasciate perdere. Cinque metri dopo essere usciti dal Teatro alla Scala o dal Metropolitan, non vi riconoscerà più nessuno”. Trovo che questa sia una benedizione straordinaria. Io non ho un account social, non per disprezzo, ma perché ci vedo troppo spesso uno sfoggio sterile di vanità. “Guardate cosa ho fatto, c'ero anche io!”. Ma è l'opera che conta, non tu che l'hai fatta. Edipo ha avuto migliaia di vite nella storia del teatro, e in una di queste ha avuto dentro di sé anche me. Io non sono Edipo, sono io che ho prestato me stesso a lui per un momento.



Mirco: Come vivi il contrasto tra la coralità vibrante del teatro e la solitudine microscopica, quasi clinica, della cabina di doppiaggio?



Claudio Moneta: Il doppiaggio è una grande orchestrazione che avviene su un asse temporale diverso rispetto al teatro. In teatro l'orchestra suona tutta insieme nello stesso momento. Nel doppiaggio registri la tua parte da solo, poi il fonico e il fonico di mix mettono insieme i pezzi in un lavoro straordinario. Ma l'orchestra tu devi averla in testa.



Quando sei nel silenzio assoluto della cabina, con la monocuffia che ti rimanda solo un accenno della scena originale, devi fare il più grande sforzo di fantasia possibile: devi ricostruire mentalmente tutto il mondo sonoro che circonda il tuo personaggio. I rumori, passi, la musica, le altre voci. Devi ricreare quell'universo nella tua mente. Per certi versi, in sala devi essere molto più concentrato che a teatro, dove hai elementi di distrazione continui: la luce d'emergenza in quinta, il vigile del fuoco che guarda il telefono, il collega che si sta soffiando il naso prima di entrare. Al doppiaggio sei solo tu e lo schermo, in una concentrazione assoluta.



Daniele: Ti sorprende vedere come il pubblico associ la tua voce a personaggi diametralmente opposti tra loro?



Claudio Moneta: Sì, mi sorprende e a volte è persino estraniante. Quando alla fine di una tragedia teatrale di due ore viene qualcuno nel camerino e mi chiede: “Mi fai la voce di Goku o di SpongeBob?”, ammetto che fa uno strano effetto! Però mi fa anche piacere, perché significa che lo spettatore è andato oltre la semplice fruizione del prodotto ed è venuto a curiosare nel lavoro dell'attore. Purtroppo la maggior parte del pubblico si affeziona al prodotto, non all'attore; quando qualcuno compie questo salto e apprezza la versatilità del mestiere, è bellissimo.



Daniele: Hai interpretato moltissimi villain, o comunque personaggi grigi che credevano fermamente di essere nel giusto. È più stimolante rispetto ai ruoli classici e positivi?



Claudio Moneta: Più il personaggio è lontano da te, più è semplice. Quando un personaggio si avvicina alla tua normalità quotidiana sei molto più nudo, devi fare un lavoro incredibilmente delicato perché rischi di esporre parti intime di te stesso. Le maschere che indossiamo quando recitiamo non sono maschere di falsità, ma di verità. Quando la maschera è troppo vicina al tuo volto, è difficile portarla bene. Quando invece sei all'estremo opposto, come nel caso di un villain, è estremamente stimolante e, paradossalmente, più facile perché il raggio d'azione è nettissimo.



Non provo mai imbarazzo o disagio in scena o al microfono. L'imbarazzo scompare nel momento in cui inizia la finzione e l'attore lascia il posto al personaggio. Certo, gli incidenti imbarazzanti capitano…



Anni fa facevo uno spettacolo sulla seconda guerra mondiale, un episodio tratto da Uomini e no di Vittorini. Interpretavo un ragazzo interrogato e torturato da un nazista. Era una scena tragica ma con una sfumatura grottesca, e dovevo recitarla completamente nudo. Finiva l'atto, si faceva buio e in mezzo al buio si sentivano i latrati dei cani che sbranavano il mio personaggio, mentre io urlavo. Era una scena fortissima, da brividi. Eravamo in replica estiva in un paese del Varesotto, all'aperto. Nella piazza c'era un lampione comunale enorme che non ci fu verso di far spegnere. La scena rimaneva parzialmente illuminata nonostante i nostri fari di contrasto.



Siccome non potevo uscire di scena camminando dopo essere “morto” divorato dai cani, istruimmo due comparse vestite da soldati nazisti: “Appena va via la luce, entrate, mi raccogliete come un Cristo morente e mi portate fuori”. Ora, un Cristo morente si porta tradizionalmente a pancia in su, con le mani che coprono pudicamente le parti intime. Finisce l'atto, il pubblico è commosso, applausi scroscianti… e questi due geni cosa fanno? Mi afferrano a pancia in giù. Mi hanno portato fuori a testa in giù, completamente nudo, con il “p**e” che oscillava davanti a tutta la piazza illuminata dal lampione. Lì sì che mi sono vergognato profondamente! Appena uscito di scena ho fatto una scenata furiosa a quei due, e un collega si è avvicinato coprendomi con un accappatoio e dicendomi: “Claudio, guarda che gli stai urlando contro ma sei ancora tutto nudo”. Ecco, quelli sono gli unici momenti in cui provi imbarazzo, ma fa parte degli imprevisti del mestiere!



Daniele: Torniamo ai videogiochi. Uno dei tuoi lavori più amati e iconici in Italia è indubbiamente il doppiaggio del comandante Shepard nella saga di Mass Effect. Hai mai percepito quanto quel personaggio sia diventato un pilastro emotivo per migliaia di giocatori?



Claudio Moneta: Sì, ne ho avute tantissime testimonianze nel corso degli anni. Di quella lavorazione ho un ricordo straordinario perché ci lavorammo con una cura, un'attenzione e dei tempi che oggi purtroppo sono rari. C'era tutto ciò che serviva per fare un capolavoro. Pensa che a volte, mentre incidevo, mi facevo mandare in cuffia la traccia dell'attrice che doppiava la version femminile di Shepard, perché la trovavo incredibilmente più chiara e a fuoco nelle intenzioni rispetto al doppiatore maschile americano.



Il successo di Mass Effect mi riempie d'orgoglio perché è la dimostrazione tangibile di una cosa che ripeto sempre: il pubblico non è stupido. Spesso nell'ambiente si sente dire: “Ma sì, facciamolo velocemente, tanto la gente non se ne accorge”. Non è vero. La gente capisce benissimo quando un'opera è fatta con amore e rispetto dei tempi, e quando invece è raffazzonata.



Per me, poi, Mass Effect rappresenta uno spartiacque intimo e drammatico. Come molti sanno, io ho doppiato circa l'80% di Mass Effect 2, ma quella mia versione non è mai stata pubblicata. Nel bel mezzo della lavorazione di quel gioco, alle otto di sera di un giorno qualunque, dopo aver passato la giornata al leggio proprio su Shepard, ho avuto un gravissimo incidente stradale. Stavo andando a casa di mio padre per il suo compleanno. Sono letteralmente morto e risorto in quel letto d'ospedale a Niguarda, dove sono rimasto per tre mesi e mezzo.



Non ricordo quell'evento con tristezza, ma come un momento di profonda catarsi. Ho visto una quantità di affetto e vicinanza incredibile da parte di colleghi e persone del settore che pensavo mi detestassero. È stato come scoprire che la nostra è davvero una grande famiglia. Pochi mesi dopo l'incidente eravamo in scena con l'Edipo. A una replica è venuto a vederci il dottor Fabio Castelli, il chirurgo che ha letteralmente ricostruito il mio corpo. Alla fine dello spettacolo c'è stato una specie di pellegrinaggio dei miei colleghi in camerino per ringraziarlo: “Grazie per avercelo restituito, è lo stesso rompip***e di prima, ma grazie!”. Ecco, ogni volta che sento nominare Mass Effect, per me il pensiero va a quel pezzo di vita, a quella rinascita.



Daniele: C'è un personaggio che hai compreso davvero a fondo solo a distanza di anni, riascoltandoti?



Claudio Moneta: Ogni volta che mi riascolto trovo sempre qualcosa che avrei fatto diversamente. Ed è un ottimo segno. Significa che la tua sensibilità è cambiata, che sei cresciuto. Ma questo ci insegna anche che il doppiaggio, come ogni cura del corpo e dell'anima, deve essere fatto senza guardare l'orologio.



Oggi ci sono regole e turni rigidissimi, che sono sacrosanti per tutelare i lavoratori. Ma l'arte e la fretta non vanno mai d'accordo. Se dirigo un prodotto e mi rendo conto che un collega ha bisogno di più tempo per centrare un personaggio, io fermo tutto e aggiungo un turno di registrazione. Spesso rinuncio alla mia paga di quel turno pur di consentire allo studio di lavorare con i tempi corretti. Molti non lo capiscono, mi osteggiano, ma io vado avanti per la mia strada. Se non ci sono le condizioni per fare bene un lavoro, io preferisco rinunciare. E non sai a quanti lavori ho detto di no.



Daniele: Come cambia la tua struttura mentale quando devi passare repentinamente da ruoli brillanti e comici a figure drammatiche e oscure nella stessa giornata?



Claudio Moneta: La parte più difficile non è entrare nel personaggio, ma uscirne. Molti attori rimangono prigionieri delle proprie creature per questioni di ego o di abitudine. Il doppiaggio, fortunatamente, ti costringe a una ginnastica mentale violentissima: la mattina fai una cosa, il pomeriggio un'altra, la sera un'altra ancora. Devi saper entrare e uscire da un mondo in trenta secondi. Guardi la scena, ti concentri, dai tutto te stesso per trenta secondi, e poi un attimo dopo ne discuti tranquillamente con il fonico per correggere un dettaglio. È un continuo tendere e rilassare il muscolo dell'attenzione. Se non impari a farlo, ti stanchi il quadruplo e sprechi un'energia preziosa. La fatica dell'attore, se fatta bene, non deve svuotarti, deve generare nuova energia.



Daniele: Questa elasticità è un talento innato o si può allenare come un muscolo?



Claudio Moneta: Entrambe le cose. In cabina non puoi usare fisicamente tutto il corpo, ma hai il dovere di usarlo internamente. Devi sapere esattamente cosa succede alla tua pancia, alle tue spalle, ai tuoi quadricipiti quando il personaggio compie un'azione sullo schermo. Se sta scalando una montagna, anche se sei fermo davanti al leggio, il tuo corpo deve ricreare quella tensione e quella respirazione. È uno studio fisico costante.



L'esperienza ti permette poi di richiamare questi strumenti in modo automatico. Non credo all'attore puramente “istintivo”. L'istinto ti dà l'intuizione iniziale, ma poi ci deve essere lo studio, la preparazione razionale, la palestra. Altrimenti è solo dilettantismo.



Mirco: Claudio, parliamo di un tema caldissimo: l'avvento dell'intelligenza artificiale. Elargire mezza giornata di lavoro all'IA come tempo libero mantenendo lo stesso stipendio, come dicono molti politici in TV, è un'utopia o un inganno? E qual è il vero rischio per il doppiaggio italiano?



Claudio Moneta: Entrambe le cose, senza dubbio. Non molto tempo fa ho sentito un politico in radio che diceva che non dobbiamo temere l'IA perché se essa farà metà del nostro lavoro, noi lavoreremo la metà a parità di stipendio e avremo più tempo libero. Io mi chiedo se questa gente ci prenda per deficienti. Neanche il più ingenuo dei bambini crederebbe a una barzelletta simile.



Io stesso sono stato recentemente sostituito dall'IA per uno spot pubblicitario. C'era questo grande cliente che aveva girato uno spot in inglese e voleva usare il re-morphing del labiale tramite IA per farlo parlare in italiano, francese e tedesco. Il risultato iniziale era aberrante, orribile. Così decisero di chiamare me per l'Italia e altri colleghi all'estero per doppiarlo alla vecchia maniera. Eravamo tutti felici, il lavoro era venuto benissimo. Una settimana dopo mi chiamano dallo studio: “Claudio, guarda, la parte commerciale dell'azienda ha deciso di usare comunque la versione IA per risparmiare sui diritti degli attori”. E parliamo di cifre ridicole per multinazionali di quella portata. Non è un risparmio reale, è solo speculazione.



Ma noi abbiamo un dovere fondamentale: dobbiamo fare questo mestiere sempre meglio. Spesso, per assecondare i ritmi folli delle produzioni, lavoriamo male, senza cura. Se facciamo un doppiaggio piatto e sciatto, allora stiamo spianando la strada all'intelligenza artificiale, perché a quel punto il cliente dirà: “Se il risultato umano è così mediocre, tanto vale usare la macchina che mi costa meno”. Dobbiamo correre più veloci dello spettro che ci insegue. Dobbiamo essere talmente bravi e unici che nessuna macchina potrà mai replicare quel millesimo di secondo in cui il respiro umano si fa emozione.



Daniele: C'è un'altra figura illustre che hai citato prima, ovvero Luca Ward. Tutti gli chiedono sempre di recitare la storica battuta de Il Gladiatore, “Al mio segnale, scatenate l'inferno”, che peraltro fu il frutto di una sua memorabile intuizione in sala di doppiaggio. Ti è mai capitato di voler stravolgere un adattamento originale per ricreare la giusta intenzione emotiva in italiano?



Claudio Moneta: Sì, mille volte. Dalla battuta più banale a cose più complesse. Un caso celebre è la risata di SpongeBob. Replicare alla lettera la risata originale di Tom Kenny in italiano non funzionava, si scollava completamente dal labiale e dalla mimica del personaggio. Allora, d'accordo con i referenti di edizione di Mediaset, che all'epoca erano persone squisite, intelligenti e incredibilmente collaborative, decidemmo di reinventarla da zero per l'edizione italiana. È nata così. Sentire che una battuta non funziona, che non la “mastichi” bene o che non si incolla al labiale è normale in sala. L'importante è saperla raddrizzare per mantenere l'anima del personaggio.



Mirco: Hai dedicato molta energia ad avvicinare i bambini al teatro e alla musica attraverso la fiaba, collaborando anche con il Conservatorio della Svizzera Italiana. Cosa ti ha lasciato, umanamente, questa esperienza?



Claudio Moneta: Mi ha lasciato una ricchezza immensa. Ho lavorato sia con bambini che suonavano per un pubblico di loro coetanei, sia in spettacoli teatrali e musicali eseguiti da professionisti ma pensati appositamente per i più piccoli. I bambini sono il pubblico più sincero, spietato e meraviglioso che possa esistere: non hanno filtri. Se si annoiano te lo fanno capire subito, se entrano nella magia della fiaba si donano completamente. Lavorare con loro ti costringe a ritrovare la purezza dell'intenzione, a spogliarti di qualsiasi sovrastruttura accademica per tornare all'essenza del racconto. È un'esperienza che ti ripulisce l'anima.



Mirco: Claudio, a proposito di questo, c'è un aneddoto straordinario e molto intimo sulla tua infanzia che forse quasi nessuno conosce. Si racconta che negli anni '70, quando eri un bambino di soli cinque o sei anni, tuo padre ti portò al cinema a vedere Jesus Christ Superstar. All'uscita, rapito ed estasiato da quella meraviglia cantata, gli chiedesti se esistessero altre storie interamente in musica, e lui ti guardò e ti disse: “Claudio, ciò che tu cerchi si chiama opera lirica”. È stato davvero quello il momento esatto in cui si è spalancato il portone infinito del tuo amore per la lirica?



Claudio Moneta: (Rimane in silenzio per qualche istante, visibilmente colpito ed emozionato. Gli occhi si fanno lucidi) Mi commuove e mi impressiona profondamente il fatto che siate andati a cercare un dettaglio così intimo della mia vita. Significa che avete fatto un lavoro di ricerca immenso, incredibile. Vi ringrazio di cuore… Sì, è andata esattamente così.



Mio padre mi portò a vedere quel film e per me fu una folgorazione totale. L'opera da quel giorno mi è entrata nel sangue e non mi ha più abbandonato. Rappresenta l'apice dell'espressione artistica, un ideale di perfezione che chiunque faccia il nostro mestiere dovrebbe conoscere e custodire. Ti salva dove l'emotività rischia di trascinarti in un vortice che può essere bellissimo, sì, ma anche tremendo. I giapponesi hanno un profondo rispetto sacro per il proprio dovere, per ciò che fanno. Se imparassimo questo concetto di rispetto per la nostra opera, faremmo tutti un enorme passo avanti.



Mirco: Se un domani Claudio Andrea Moneta dovesse svegliarsi senza voce, chi rimarrebbe?



Claudio Moneta: Resterebbe un uomo. E resterebbe tutto ciò che si può fare in questo mondo meraviglioso anche senza parlare. All'inizio della mia carriera volevo stipulare un'assicurazione sulle corde vocali con i Lloyd's di Londra, come fanno le ballerine per le gambe, ma i costi erano proibitivi. Forse solo Pavarotti poteva permetterselo.



Se perdessi la voce resterebbe l'uomo, e resterebbero mille altri mestieri che amo in questo settore: l'adattatore, l'assistente, il direttore del doppiaggio, il tecnico. Io, in realtà, ho il terrore profondo di perdere l'udito. Non tanto per il mio lavoro, ma perché amo la musica in modo viscerale. Quello sì che mi spaventerebbe.



Mirco: Qual è il consiglio più prezioso che ti senti di dare a un giovane talento che aspira a diventare uno dei “Founders” del futuro?



Claudio Moneta: Di amare quello che fa, e non di amare se stesso in quello che fa. Ritorniamo al discorso dell'ego. Se ami profondamente l'opera e non la tua presenza in essa, non faticherai a riprovare una scena venti volte per migliorarla. I musicisti sono maestri in questo: se un passaggio al violino non viene bene, si fermano e lo rifanno lentamente, senza drammi, finché non è perfetto. L'attore deve fare lo stesso.



Se ami questo mestiere, non ti limiterai a guardare solo la tua parte. Studierai cosa fa il fonico, cosa fa il traduttore, cosa fa il regista. Devi comprendere i problemi e le fatiche di tutti i professionisti che collaborano con te. Quando qualcosa non funziona in uno studio, è quasi sempre perché non c'è amore reciproco tra le varie figure: l'attore che non rispetta il fonico, o la produzione che non ha cura della parte artistica. In quel modo l'ambiente si ammala e muore.



Rispettate il vostro dovere. Amate quello che fate.
La magia che resta nel buio



C'è un'immagine, tra le tante evocate da Claudio Moneta in questa lunga chiacchierata, che rimane impressa sulla retina dell'anima come un sigillo. È l'immagine di quell'attore che, uscito indenne dalle nebbie di un coma e dalla ricostruzione dolorosa del proprio corpo, torna sul palco a recitare la tragedia di Sofocle, mentre dietro le quinte i suoi colleghi attendono in fila per stringere la mano al medico che lo ha salvato. “Ce l'hai restituito”, dicevano. Lo hanno restituito all'arte, alla vita, e a tutti noi.



Forse è proprio questa la chiave di volta per comprendere la statura di Claudio Moneta. La sua non è semplicemente una “bella voce” che risuona calda e rassicurante attraverso i canali di un impianto surround o tra le navate di un teatro storico. La sua è una voce che ha attraversato il silenzio della fine e ha scelto, coscientemente, di tornare a vibrare per noi. Ha scelto di continuare a plasmare quella creta fresca, giorno dopo giorno, sessione dopo sessione, sfidando l'orologio, i budget e le leggi fredde di algoritmi che vorrebbero standardizzare persino il soffio dell'anima.



Quando spegniamo lo schermo della nostra console, quando il sipario del teatro cala definitivamente e le luci in sala si riaccendono, ciò che resta non è il nome dell'attore scritto in caratteri cubitali su una locandina o su un post social. Ciò che resta è la persistenza di un'emozione invisibile. È quel brivido lungo la schiena che ci fa credere, anche solo per un istante, che nello spazio profondo ci sia un comandante che veglia su di noi, o che in una spugna marina risieda la chiave per ritrovare la purezza dell'infanzia.



Claudio Moneta ci lascia con una lezione che trascende il doppiaggio e il teatro per farsi etica dell'esistenza: amare l'opera, non se stessi nell'opera. Scomparire affinché la bellezza possa manifestarsi intatta. Nel silenzio che segue le sue parole, ci rendiamo conto che non abbiamo perso un interprete nell'ombra, ma abbiamo trovato un uomo che ha saputo fare dell'invisibilità la sua opera d'arte più grande. E noi, spettatori grati di questo magnifico inganno, non possiamo fare altro che custodire quella magia nel buio, sperando che il cielo di carta non si spezzi mai.



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49 minuti fa

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