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Critica e pubblico parlano ormai lingue diverse? - editoriale

Realizzare una recensione non è poi così complicato. Basta un elenco puntato di pro e contro, un voto espresso in una scala più o meno generica, un pollice verso l'alto o verso il basso e qualche paragone con le opere più apprezzate del momento, ed è praticamente fatta. In fondo l'attuale universo internet lo ricorda incessantemente: tutti possono essere recensori, tutti hanno la possibilità di esprimere la propria opinione e di giudicare il lavoro altrui.



Ecco perché scrivere una recensione non è necessariamente fare critica. Evitando qualsiasi discorso elitista, chi fa o prova a fare critica attraverso i portali di settore, quelli generalisti o anche YouTube (perché di materiale meritevole di attenzione ce n'è parecchio anche sul troppo spesso sottovalutato tubo), cerca per quanto possibile di andare oltre al gusto e alle opinioni personali. Non è di certo un resoconto freddo e asettico ma un'analisi che prova a scendere a compromessi con la soggettività, applicando alcuni parametri oggettivi a livello di narrazione, di gameplay e di comparto tecnico.



Un ruolo del genere è inevitabilmente soggetto a critiche più o meno fondate e allo scontro con quella che è la massa che domina il mercato ma che può e deve, almeno in parte, essere indirizzata verso quei prodotti più meritevoli d'attenzione. È questo concetto di meritocrazia che però sembra venir meno in tanti, troppi casi dell'attuale industria videoludica. C'è uno scollamento più o meno netto tra chi fa critica e chi apre il portafoglio, una divisione che in certi casi si fonda su delle basi concrete ed evidenti, ma che in altri frangenti pare decisamente più fumosa, a tratti incomprensibile.

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9 luglio 2017 alle 10:30