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Limbo (Switch) - recensione

Negli ultimi tempi prestiamo sicuramente molta più attenzione al mercato indipendente rispetto al passato, grazie ad una sfilza di titoli che hanno riempito le nostre giornate. Lo spazio di rilievo ottenuto oggi dagli aspiranti sviluppatori è frutto di progetti che hanno fatto da apripista nell'industria, ossia di tutti quei giochi che hanno dato voce anche a chi non disponeva di fondi ingenti, stuzzicando l'attenzione delle grandi aziende, che oggi sempre più spesso volgono lo sguardo al sottobosco indipendente per scorgere nuova linfa vitale per il mercato.



Tra bambini dispersi in labirinti dai rimandi biblici, uomini desiderosi di raggiungere la luna sul letto di morte e tanto altro, è quasi doveroso citare Limbo. L'opera prima di Playdead è riuscita, dal lontano 2010, a conquistare ottimi traguardi, complice anche la pubblicazione continua su tutte le piattaforme esistenti. Di queste solo una mancava all'appello: Nintendo Switch, fino ad oggi. È tempo quindi di risvegliarsi in un mondo acromatico nei panni di un bambino, alla ricerca di qualcosa di misterioso e prezioso.



Il nostro protagonista apre gli occhi in una foresta dai toni tetri e placidi, avvolta in toni chiaroscuri che non permettono a chi gioca di percepire l'ambiente circostante. Lo stesso infante di cui prendiamo il controllo appare ai nostri occhi come una silhouette, di cui distinguiamo solo le minute forme e gli occhi scintillanti. L'avventura prende corpo nel mistero di quale sia la nostra identità, il nostro scopo e dove ci troviamo, l'unica cosa da fare è proseguire nella foresta.

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14 luglio 2018 alle 13:10