Dead or Alive 6 - recensione
Nel sottobosco dell'universo picchiaduro esiste una saga che, nel bene e nel male, torna spesso e volentieri a fare capolino nei trend della community, ma è piuttosto raro che si ritrovi al centro dell'attenzione per i motivi sperati. Quando si parla di Dead or Alive, infatti, spesso ci si trova a discutere di polemiche relative al fan service estremo o alla fisica dei seni delle protagoniste, relegando le meccaniche di gioco e il meta-game a semplici elementi di contorno. D'altra parte, si tratta di una situazione inevitabile: anche gli spin off più apprezzati, come Dead or Alive Xtreme Volleyball, non hanno fatto il benché minimo sforzo per nascondere la natura del proprio selling point, facendo storcere il naso tanto ai puristi quanto ai puritani.
Dead or Alive 6, per mettere a tacere i detrattori una volta per tutte, si pone l'ambizioso obiettivo di riportare al centro del palcoscenico quel gameplay che non era mai stato in grado di ritagliarsi un vero ruolo da protagonista. L'avvento degli eSports, del resto, ha modificato completamente la percezione dell'universo picchiaduro, portando gli sviluppatori a spingere i limiti delle proprie opere e a ricamare il gameplay attorno alle esigenze tanto dei professionisti quanto degli spettatori, spettacolarizzando i giochi mentali e mettendo a fuoco la complessità intrinseca del genere.
Ed è così che il titolo del Team Ninja si è reso conto di avere nel caricatore gli stessi colpi di tutti gli altri, alzando il sipario su quel sistema "sasso, carta, forbice" che da anni delinea il gameplay della saga, raddoppiando su tutte le meccaniche e, per la prima volta in 23 anni, vestendo Kasumi con una tuta che non mostra nemmeno un centimetro di pelle. Per chi non lo sapesse, Dead or Alive è interamente costruito su un sistema triangolare: la contromossa batte l'attacco, l'attacco rompe la presa e la presa, a sua volta, sconfigge facilmente la contromossa.

Chris88
Deve essere nella,mia,collezione.