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Come il linguaggio plasma il nostro modo di giocare - editoriale

Le prime parole inglesi che ho imparato sono state “register” e “not yet”.



A quel tempo non capivo molto bene il loro significato. Sapevo soltanto che i miei CD-ROM pieni di demo avevano tutti la stessa schermata iniziale con due pulsanti. Quello con la dicitura “Register” apriva una spaventosa finestra piena di parole straniere. Cliccare invece sul pulsante “Not yet”, d'altra parte, mi permetteva di giocare ancora un po'.



Ero una bambina italiana di cinque anni e non c'erano videogiochi nella mia lingua. Così giocavo a quello che potevo: platform e dress-up games, sparatutto verticali e puzzle. E ripetevo sempre gli stessi livelli, perché l'idea di aprire un menu per salvare i progressi era un concetto a me del tutto estraneo.



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19 maggio 2019 alle 10:40

 

Vogliono il gioco in cinese che giocano solo a giochi autoplay sul cellulare, ridicoli 😂 mai avuto questi problemi da piccolo, giocavo anche a giochi full Jap.. basta provare.. il vero problema è quello che hai citato col Vietnam, ovvero che in zone del mondo non si possono giocare tutti i giochi.