Shovel Knight: King of Cards - recensione
A distanza di ben cinque anni, il mondo di Shovel Knight continua ad espandersi. Si ha quasi l'impressione che Yacht Club abbia voluto scavare fino in fondo, prima di dire addio al suo progetto prediletto e dedicarsi all'annunciato sequel: Shovel Knight Dig, in collaborazione con Nitrome. Nell'attesa, ci delizia col suo spin-off più convincente, ricco e profondo: King of Cards, in cui vestendo i panni dorati del King Knight vivremo la sua goffa ascesa al potere, prima degli eventi di Shovel of Hope.
L'intero capitolo è una luccicante ricerca di seguaci per spodestare i tre regnanti del Joustus, un gioco di carte che va in voga nel regno e per il quale tutti vanno inspiegabilmente matti. Incluso qualche vecchio amico. Fuor di spoiler: la spedizione del sedicente re è leggera e autoironica, con battute simpatiche sulla megalomania del protagonista, in una brillante traduzione in italiano. Qualcosa però si annida nell'ombra.
Insomma: par proprio che dietro l'armatura decorata e di facciata ci sia una struttura ludica inaspettatamente solida. Si confermano infatti le qualità di Shovel of Hope. Il game design ha un'ottima scala di difficoltà, si comincia dalle meccaniche del singolo livello, quasi sempre diverse, per finire con i precipizi dove dovremo far sfoggio dei nostri migliori trick acrobatici. Ci sono livelli tematici ispirati ai classici del platform (Super Mario, Ducktales e soprattutto Megaman).
