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The Umbrella Academy S3 Recensione, un'altra avventura per i supercomplessati

Vi era piaciuta la prima stagione di The Umbrella Academy? Avevate imparato a conoscere e amare il disturbato gruppetto di orfani dagli straordinari poteri che non avevano dato a nessuno di loro la felicità? Nati tutti nello stesso giorno in diversi paesi da madri che al mattino non erano incinte, erano stati adottati da un misterioso miliardario, Sir Reginald Hargreeves (Colm Feore), che era intenzionato a farne dei super-difensori del Bene.



Troppo gravati però dalle eccessive aspettative paterne, erano cresciuti male, afflitti da un'enorme quantità di problemi che in ciascuno di loro riflettevano specularmente il danno effettuato dal genitore. Abbiamo imparato a voler bene al gigantesco e insicuro Luther; al bullo Diego, il “vigilante” acrobatico; all'altezzosa Allison, che può condizionare le menti; al tenero Klaus, che ha sempre esibito le sue insicurezze con eccessi di ogni genere, incapace di esistere senza il conforto dello spirito dell'amato fratello Ben, morto in circostanze misteriose; all'ombrosa Vanya, dai poteri devastanti, che si è sentita messa in disparte per tutta la vita; al collerico Cinque, che può fare avanti e indietro dal futuro anche per pochi attimi, ma che per un errore, ormai 58enne, è rimasto intrappolato nel corpo di un ragazzino di 13 anni.



Avevano dovuto affrontare gli emissari della Commissione, spietata organizzazione atta a preservare le linee temporali, che si incarnava nella figura della degenere The Handler (una strepitosa Kate Walsh). Erano finiti a dover salvare il mondo da una sicura apocalisse e, nella seconda stagione, li avevamo trovati costretti finalmente a smettere di litigare e polemizzare e a solidarizzare (se non proprio a volersi bene), catapultati negli anni '60 dove, abituati ai giorni nostri, avevano fatto una certa fatica ad ambientarsi.



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21 giugno 2022 alle 10:10