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The Mound: Omen of Cthulhu – Recensione

Ci sono giochi che cercano di spaventare e giochi che cercano di disorientare. The Mound: Omen of Cthulhu appartiene alla seconda categoria: non punta al jumpscare, non costruisce un horror lineare ma non vuole che il giocatore si senta al sicuro nemmeno per un istante. ACE Team e NACON prendono la novella lovecraftiana The Mound e la trasformano in un'esperienza cooperativa che mescola spedizioni coloniali, estrazione, paranoia e un senso di ostilità costante. È un gioco che non ti accompagna: ti mette alla prova, ti confonde e ti punisce. E quando funziona, funziona davvero bene.



Una storia che non si racconta: si insinua



La narrazione è volutamente frammentaria. Siamo nel XVII secolo, a bordo di un galeone che solca le coste del Nuovo Mondo. Ogni spedizione è un contratto, ogni missione un'incursione nella giungla Valdiviana e ogni passo un rischio. Non c'è una trama tradizionale: ci sono diari, lettere, logbook… Essenzialmente frammenti di vite spezzate che raccontano cosa è successo a chi ha osato avvicinarsi al Mound. Il gioco non spiega in modo plateale tutto, suggerisce. Non chiarisce i dubbi, li insinua. E questa scelta funziona davvero: l'orrore, infatti, nasce dall'incertezza, non dalla rivelazione.



La reinterpretazione del contesto lovecraftiano è interessante: conquistadores spinti da avidità, colpa o ambizione, un mondo che li respinge e un sottosuolo che non dovrebbe esistere. Il gioco non indulge nei tropi più problematici del materiale originale, ma mantiene quella sensazione di “luogo proibito” che Lovecraft sapeva evocare.



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Una tensione che cresce, un loop che fatica a reggere



Il gameplay si basa sulla cooperativa fino a quattro giocatori. Si prepara la spedizione sul galeone, si sceglie l'equipaggiamento da portare con sé, si firma un contratto e si scende nella giungla. Il loop è chiaro: esplorare, raccogliere tesori, depositarli sul carro, gestire la sanità mentale e tornare vivi. Sulla carta funziona, nella pratica invece potrebbe stancare dopo un po' di ore.



Il sistema di sanità mentale è la parte più riuscita del gioco: allucinazioni visive e sonore, compagni che sembrano creature, rumori che non esistono, distorsioni dello spazio e apparizioni improvvise. Ogni giocatore vede cose diverse e la comunicazione diventa quindi una parte fondamentale del gioco. È un'idea brillante che trasforma la cooperazione in sopravvivenza psicologica. Quando la squadra si coordina, il gioco diventa un'esperienza unica: si parla, si dubita, si ride nervosamente e si urla quando la giungla decide di separare il gruppo.



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Il problema è che tutto questo vive dentro un gameplay lento. Il movimento è pesante, le animazioni rallentano il ritmo e il combattimento è ruvido e poco soddisfacente. I nemici sono resistenti, le opzioni difensive quasi inesistenti e la mancanza di un salto o di una parata rende l'esplorazione più frustrante che strategica. In solitaria, l'esperienza diventa quasi punitiva: l'IA del compagno è inefficace, la sanità mentale crolla più rapidamente e il gioco sembra fatto per ricordarti che non dovresti essere lì da solo.



Il loop di estrazione, inoltre, tende a diventare ripetitivo: raccogliere idoli, tornare al carro, sperare che la foresta non si “irriti” e ripetere. Le missioni portale sono le più problematiche: mappe modificate, pozze letali, impossibilità di usare il carro e difficoltà sbilanciate. Sono momenti che spezzano il ritmo, ma non in senso positivo. Eppure, quando tutto si allinea — una squadra affiatata, una spedizione ben preparata e una giungla che decide di collaborare — The Mound sa essere davvero coinvolgente.




Quando The Mound mostra il suo potenziale



Ci sono momenti in cui The Mound: Omen of Cthulhu smette di essere un survival-horror imperfetto e diventa qualcosa di più interessante, quasi unico. È quando il gioco riesce a far convivere le sue anime: l'estrazione, la cooperazione, la paranoia, la tensione psicologica. In quei frangenti, la giungla non è solo un livello da attraversare, ma un'entità viva che reagisce alle nostre scelte. Il sistema di sanità mentale, soprattutto, è una delle meccaniche più riuscite dell'intero panorama horror cooperativo: non è un semplice indicatore, ma un filtro che altera la percezione, confonde la comunicazione e mette alla prova la fiducia tra compagni.



Quando un giocatore vede un compagno trasformarsi in una creatura, mentre gli altri lo vedono perfettamente normale, il gioco raggiunge un'intensità che pochi titoli riescono a replicare. Le allucinazioni non sono solo effetti visivi: sono strumenti narrativi che creano storie emergenti, momenti di panico, decisioni sbagliate e fughe disperate. È qui che The Mound mostra la sua identità più forte, quella che giustifica il suo voto e la sua ambizione.



Anche la struttura delle spedizioni, pur con i suoi limiti, riesce a creare un senso di progressione condivisa: ogni contratto è un piccolo racconto, ogni ritorno al galeone è una pausa necessaria, ogni nuovo logbook trovato aggiunge un tassello alla mitologia del Mound. E quando la squadra riesce a coordinarsi, a muoversi silenziosa, a gestire il carro, a evitare la follia e a tornare viva con il bottino, la soddisfazione è reale. The Mound: Omen of Cthulhu non è un gioco che punta alla perfezione tecnica: punta a offrire un'esperienza. E quando la sua visione prende forma — quando la giungla ascolta, quando la follia divide, quando la cooperazione salva — il risultato è sorprendentemente efficace.



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La giungla non è un luogo: è un avvertimento



Dal punto di vista artistico, The Mound: Omen of Cthulhu è sorprendente. La giungla Valdiviana è densa, umida, opprimente. L'illuminazione dinamica, la nebbia volumetrica, le ombre che si muovono dove non dovrebbero muoversi: tutto contribuisce a creare un mondo che sembra vivo, ma non accogliente. Le creature sono disturbanti, con anatomie impossibili e movimenti che sembrano usciti da un incubo febbrile. Le allucinazioni poi sono il vero spettacolo: improvvise, violente e destabilizzanti.



Su PlayStation 5 il gioco è generalmente fluido, con qualche incertezza nel frame pacing e animazioni non sempre rifinite, ma l'atmosfera rimane intatta. Il DualSense è sfruttato bene, soprattutto nei momenti di tensione. Il comparto sonoro è eccezionale: silenzio che pesa, fruscii che sembrano vicini, urla lontane e rumori che non sai se sono reali o parte della follia. L'audio 3D su PlayStation 5 è fondamentale: orienta, spaventa e confonde. La colonna sonora infine è minimale ma usata con intelligenza. Il sound design è uno dei pilastri dell'esperienza.



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La strada verso il Platino



La lista trofei di The Mound: Omen of Cthulhu è costruita per seguire l'intero arco dell'esperienza: dalle prime spedizioni timide nella giungla fino al raggiungimento del Mound stesso. Non è una caccia pensata per essere rapida: è un percorso che richiede costanza, coordinazione e una buona dose di sangue freddo. I trofei legati alla progressione del rango accompagnano naturalmente le ore di gioco, ma richiedono una partecipazione costante alle spedizioni. Sono obiettivi che non si ottengono “per caso”: bisogna conoscere il loop, gestire la sanità mentale e tornare vivi con il bottino.



La parte più affascinante della lista riguarda la scoperta del mondo: recuperare i logbook, sbloccare pagine del Creature Codex, trovare canzoni per il suonatore di liuto o riportare artefatti occulti al galeone. Sono trofei che premiano l'esplorazione e la curiosità, e che valorizzano la narrativa ambientale del gioco. Non mancano obiettivi dedicati alla cooperazione, vero cuore dell'esperienza: rianimare compagni 10, 30 e 50 volte è un modo elegante per premiare chi tiene insieme la squadra. Alcuni trofei infine premiano le spedizioni più redditizie, quelle in cui la squadra decide di rischiare per tornare con più tesori del necessario.



La lista include anche trofei più tecnici e divertenti: attirare cinque creature con un solo barattolo di Black Ichor, abbattere una Bandurria da 50 metri, uccidere uno Y'm-bhi con un colpo di lancia alla testa e interrompere un grab nemico all'ultimo secondo. Sono obiettivi che richiedono precisione, sangue freddo e una buona conoscenza delle armi. Infine, i trofei più impegnativi sono legati alle spedizioni avanzate: completare missioni mid, advanced e legendary; queste coppe rappresentano la vera prova di abilità del gruppo.




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