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Aspettando GTA 6: l'eredità di Arthur Morgan

ATTENZIONE!
L'articolo contiene alcuni SPOILER sulla trama di
RED DEAD REDEMPTION 2!



Ci sono personaggi che ricordi perché hanno fatto qualcosa di memorabile. E poi ci sono quelli che, una volta terminata la loro storia, continuano a sembrarti vivi anche quando hai ormai spento la console. Arthur Morgan, per me, appartiene decisamente alla seconda categoria.



Sono passati diversi anni da quando ho finito Red Dead Redemption 2, eppure mi capita ancora di pensare a lui. A certe conversazioni, alle passeggiate a cavallo senza una meta precisa, ai momenti trascorsi insieme alla banda di Van der Linde e soprattutto a quella trasformazione lenta e dolorosa che accompagna Arthur durante tutta la sua storia. Rockstar non mi ha semplicemente raccontato la vita di un fuorilegge: mi ha fatto conoscere un uomo, con le sue convinzioni, i suoi errori, le sue contraddizioni e la possibilità, forse arrivata troppo tardi, di scegliere chi essere.



Ed è proprio per questo che, mentre aspetto GTA 6, continuo inevitabilmente a tornare con la mente a lui. L'attesa per il nuovo capitolo di Grand Theft Auto è ormai enorme e sono curioso di scoprire che cosa Rockstar abbia preparato per Vice City, ma soprattutto di conoscere Jason e Lucia, i due protagonisti chiamati a raccogliere un'eredità narrativa importante. Perché se c'è una cosa che questo studio mi ha insegnato negli anni è che, al di là delle dimensioni del mondo di gioco e delle possibilità offerte dal gameplay, sono i personaggi a fare davvero la differenza.



E Lucia mi incuriosisce anche per un altro motivo: sarà la prima protagonista femminile pienamente caratterizzata di un capitolo principale di Grand Theft Auto. Una scelta importante, che non considero affatto una semplice novità da inserire nell'elenco delle caratteristiche del gioco. Rockstar ha già dimostrato di saper scrivere personaggi femminili interessanti, soprattutto in Red Dead Redemption: penso a Bonnie MacFarlane nel primo capitolo, ma anche ad Abigail e Sadie Adler nel secondo, donne diverse tra loro e capaci di avere un peso reale all'interno della storia. Per questo sono curioso di vedere come verrà raccontata Lucia e quale spazio avrà nel mondo criminale di Leonida.



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D'altronde, Rockstar ci ha regalato alcuni dei protagonisti più memorabili dei videogiochi. Niko Bellic è il mio preferito tra quelli di Grand Theft Auto: un immigrato che arriva a Liberty City con il sogno di trovare finalmente un'opportunità, convinto che l'America possa offrirgli una vita diversa, salvo scoprire che la realtà è ben lontana dalle promesse che gli erano state fatte. Ho sempre apprezzato quella malinconia che accompagna il suo viaggio, il contrasto tra ciò che sperava di trovare e quello che la città gli mette davanti.



Tra i personaggi più riusciti di Rockstar c'è poi Dutch van der Linde, figura fondamentale per comprendere la storia della banda e, soprattutto, quella di Arthur. Non è il protagonista di Red Dead Redemption 2, ma il suo rapporto con il gruppo e il progressivo sgretolarsi delle sue convinzioni contribuiscono a definire il mondo in cui Arthur ha vissuto per gran parte della propria vita. Anche Michael De Santa, il mio preferito tra i tre protagonisti di GTA V, mi è sempre piaciuto per il paradosso che rappresenta: ha denaro, una villa e una famiglia, tutto ciò che dovrebbe indicare il successo, eppure non riesce a trovare la felicità. Tre personaggi molto diversi, accomunati dalla capacità di andare oltre il ruolo di semplici protagonisti di una storia criminale.



Eppure, quando penso a ciò che Rockstar è riuscita a fare con la scrittura dei suoi personaggi, torno sempre ad Arthur Morgan.



All'inizio di Red Dead Redemption 2, Arthur è un fuorilegge che conosce una sola vita. È cresciuto all'interno della banda di Dutch, ne condivide le regole e considera la violenza una parte inevitabile della propria esistenza. È sarcastico, duro, a volte persino brutale, ma non è privo di dubbi o di sensibilità. La cosa straordinaria è che il gioco non cerca di trasformarlo subito in un eroe né di renderlo simpatico a tutti i costi. Arthur è un uomo pieno di contraddizioni, e sono proprio queste a renderlo credibile.



La sua evoluzione non avviene da un momento all'altro. Non c'è una singola missione in cui tutto cambia improvvisamente, né un lungo discorso che ci spiega chi sia davvero. La trasformazione si costruisce lentamente, attraverso le conversazioni, gli incontri, le decisioni e quei piccoli dettagli che inizialmente sembrano quasi insignificanti.



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Il primo colpo di tosse è un esempio perfetto di questa attenzione. All'inizio può passare inosservato, confondersi con le tante azioni che accompagnano una storia tanto lunga. Solo andando avanti si comprende quanto fosse importante quel segnale e quanto Rockstar avesse cominciato a preparare il terreno prima ancora che il giocatore potesse intuire cosa stesse succedendo. È una finezza di scrittura che apprezzo moltissimo: non cerca di attirare l'attenzione su se stessa, ma acquista un significato enorme quando finalmente riesci a collegare i puntini.



Da quel momento, la storia di Arthur assume progressivamente un significato diverso. La malattia non è soltanto un espediente per rendere il racconto più drammatico: costringe il protagonista a guardare la propria vita da una prospettiva nuova. Il tempo, che prima sembrava qualcosa di cui poter disporre senza pensarci troppo, diventa improvvisamente limitato. E allora cominciano a pesare diversamente le persone che ha incontrato, le scelte che ha fatto e la fiducia che ha riposto in chi lo circonda.



Arthur non diventa improvvisamente un uomo buono. Non cancella il proprio passato e non può rimediare a tutto quello che ha fatto. Ma comincia a chiedersi che cosa possa ancora fare con il tempo che gli rimane. È questa, secondo me, la parte più bella del suo percorso: la redenzione non consiste nel fingere che gli errori non siano mai esistiti, ma nel provare a fare qualcosa di diverso nonostante tutto quello che è successo prima.



Il rapporto con John diventa fondamentale proprio per questo. Mentre la banda si sgretola e la fiducia in Dutch comincia a venire meno, Arthur capisce che non può continuare a difendere a ogni costo il mondo in cui è cresciuto. John ha ancora una possibilità di andarsene, di costruirsi una vita diversa, e Arthur finisce per mettere quella possibilità davanti a se stesso. Non può cambiare il passato, ma può provare a evitare che qualcun altro sia condannato a ripeterlo.



È qui che Arthur diventa qualcosa di più di un personaggio scritto bene. La sua storia parla di lealtà, rimpianto e responsabilità, ma soprattutto della possibilità di cambiare anche quando sembra troppo tardi. Non è una trasformazione perfetta o priva di contraddizioni: è il tentativo, profondamente umano, di lasciare qualcosa di buono dopo una vita in cui si è fatto anche molto male.



E allora una frase come “You are a good man, Arthur Morgan” acquista un peso enorme. Sentirselo dire dopo tutto quello che abbiamo visto significa riconoscere la distanza tra l'uomo che Arthur è stato e quello che sta cercando di diventare. Non è innocente, non è un eroe senza macchia e non può cancellare le conseguenze delle proprie azioni. Eppure qualcuno riesce a vedere in lui qualcosa di buono, qualcosa che forse Arthur stesso ha faticato a riconoscere.



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Poi arriva l'ultima cavalcata.



Ogni volta che penso a Red Dead Redemption 2, finisco inevitabilmente per tornare a quella sequenza. Arthur ha ormai fatto la sua scelta e, dopo aver aiutato Abigail, si mette in viaggio mentre comincia That's the Way It Is di Daniel Lanois. Il gioco rallenta, lascia spazio alla musica e permette al giocatore di attraversare quei momenti con la consapevolezza di quello che sta per succedere.



E io mi commuovo ogni volta. Non importa quante volte abbia visto quella scena: riesce sempre a colpirmi. Forse perché, durante quella cavalcata, non penso soltanto alla fine di Arthur. Penso a tutto il viaggio che mi ha portato fin lì, alle persone incontrate, ai luoghi attraversati, alle conversazioni ascoltate e ai piccoli momenti che, messi insieme, hanno reso quel personaggio così importante. È come se la musica accompagnasse non soltanto Arthur verso il suo destino, ma anche me verso la fine di un'esperienza che ho vissuto per decine di ore.



Dal punto di vista del gameplay succede pochissimo, eppure è uno dei momenti più potenti che abbia mai vissuto in un videogioco. Rockstar non ha bisogno di una lunga sequenza d'azione o di effetti spettacolari: le basta lasciarci cavalcare, ascoltare quella canzone e fare i conti con quello che sta per finire. È una dimostrazione straordinaria di quanto il legame costruito con un personaggio possa rendere coinvolgente anche un momento apparentemente semplice.



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Ripensando alla storia, anche altre sequenze assumono un significato diverso. L'assalto alla tenuta dei Braithwaite per riprendersi Jack, per esempio, è uno dei momenti che ricordo con più piacere: la banda avanza compatta verso la villa, con la determinazione di chi è pronto a tutto pur di proteggere uno dei suoi. È una scena spettacolare, ma anche un'istantanea di un gruppo che, almeno in quel momento, sembra ancora unito e invincibile. Sapere come andrà a finire rende tutto più malinconico. Quella famiglia si spezzerà, Dutch perderà progressivamente il controllo e Arthur sarà costretto a prendere le distanze dalla vita che ha sempre conosciuto.



Ed è proprio Arthur a rendere così potente questo contrasto. Non assistiamo alla fine della banda da spettatori distaccati: la viviamo attraverso qualcuno che ne ha fatto parte per tutta la vita, che ha creduto in quelle persone e che deve trovare il coraggio di riconoscere quanto tutto sia cambiato. Il suo percorso personale e il crollo di quel mondo procedono insieme, fino a diventare impossibili da separare.



Quando arrivano i titoli di coda, quindi, non ho la sensazione di aver semplicemente terminato una lunga avventura. Ho la sensazione di aver accompagnato qualcuno fino alla fine della sua vita, di aver imparato a comprenderne le contraddizioni e di aver visto un uomo cercare, a modo suo, di fare pace con ciò che è stato. È una sensazione rara, e credo sia proprio questa la grandezza di Arthur Morgan.



Per questo, dopo Red Dead Redemption 2, guardo ai protagonisti Rockstar con aspettative diverse. Non mi basta che siano carismatici, che abbiano battute memorabili o che siano al centro di una storia piena di sparatorie e inseguimenti. Voglio conoscerli, capire cosa li muove, quali siano le loro contraddizioni e come reagiscano quando le certezze su cui hanno costruito la propria vita cominciano a crollare.



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Ed è qui che torna Lucia.



La sua presenza in GTA 6 è importante anche perché Rockstar avrà l'occasione di raccontare una protagonista femminile con la stessa complessità che ha saputo dare ai suoi personaggi migliori. Sappiamo che Lucia esce dal carcere determinata a cambiare la propria situazione e che il rapporto con Jason sarà centrale nella storia. Ma, al di là delle informazioni già condivise, voglio scoprire chi sia davvero, quali siano le sue motivazioni e fin dove sia disposta a spingersi.



Non mi aspetto che Lucia diventi una nuova Arthur Morgan. Sarebbe anche sbagliato: Arthur è memorabile proprio perché è un personaggio unico, con una storia, un carattere e un percorso che gli appartengono. Lo stesso vale per Niko e Michael. Rockstar non deve ripetere ciò che ha già fatto, ma dimostrare ancora una volta di saper creare protagonisti capaci di lasciare un segno.



Ecco perché, quando penso a GTA 6, non mi interessano soltanto Vice City, la mappa, le nuove tecnologie o le possibilità del suo mondo aperto. Sono curioso di scoprire come Jason e Lucia affronteranno la loro storia, ma soprattutto di conoscere Lucia e vedere come Rockstar svilupperà una protagonista così importante per la serie.



Perché l'eredità di Arthur Morgan, almeno per me, non è una formula da replicare né un personaggio da superare in una classifica. È la consapevolezza di quanto possa essere potente una storia quando riesce a farti affezionare a qualcuno, a seguirne il cambiamento e a continuare a pensarci anche molto tempo dopo aver giocato l'ultima missione. Dopo Arthur, non voglio soltanto un altro protagonista memorabile. Voglio qualcuno che, arrivato ai titoli di coda, mi faccia sentire di aver conosciuto una persona e che, proprio come è successo con Arthur Morgan, continui a tornarmi in mente anche quando la console è ormai spenta.



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oggi alle 20:10

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