Dishonored: La morte dell'Esterno - recensione
Bastarono pochi secondi all'interno di un trailer e l'Esterno divenne una delle figure più interessanti e curiose di una delle migliori serie sulla piazza, consacrando definitivamente una software house da sempre ricca di talento ma spesso incapace di esprimersi a pieno. Ore e ore di gioco e l'Esterno continuava comunque a rimanere un personaggio indecifrabile e spesso lasciato ai margini della narrazione principale delle opere di Arkane Studios.
Eppure questa divinità ha messo il proprio zampino in tutto ciò che è successo a Dunwall e per riflesso all'Impero delle Isole. Donando poteri a figure oscure e non raccomandabili (il Pugnale di Dunwall, Daud su tutte) e armando poi la sete di vendetta e di giustizia dei protagonisti del primo e del secondo Dishonored, l'Esterno continuava a essere la costante più evidente di ogni nuovo capitolo di questa IP. È probabilmente questo il motivo che ha spinto gli sviluppatori a concentrare l'ultimo capitolo dell'arco narrativo iniziato da Corvo Attano proprio sul "bastardo dagli occhi neri", un personaggio affascinante quanto misterioso.
Le parole di Daud sono proprio il motore al centro di Dishonored: la Morte dell'Esterno, espansione standalone ambientata poco dopo gli avvenimenti di Dishonored 2 che mette il famigerato assassino e la sua allieva Billie Lurk di fronte a un'impresa a dir poco complicata: uccidere una divinità. Il come e il perché lo abbiamo scoperto in una decina di ore di gioco (con un approccio principalmente stealth e completando quasi tutti i contratti), che dimostrano come il more of the same non sia necessariamente un male nel caso in cui il "same" in questione sia di fattura pregevolissima. Data la natura di espansione standalone e non di vero e proprio sequel, imbattersi in delle rivoluzioni era altamente improbabile ma Arkane non ha comunque disdegnato l'inserimento di alcune interessanti sperimentazioni.
