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PlayStation 5 - recensione

Negli ultimi mesi abbiamo parlato spesso di un passaggio generazionale "soft", un balzo verso il futuro che darà i suoi frutti solamente nel lungo periodo, facendo mantenere alle nuove console una sorta di continuità con la dimensione occupata dalle vecchie macchine. Dopotutto siamo nell'era dei videogiochi cross-gen, degli hardware mid-gen, degli anni in cui le reali potenzialità delle architetture riescono a brillare solamente sul finire del ciclo vitale, proprio come accaduto nel caso di The Last of Us Part 2.



Ma c'è un elemento particolare che differenzia profondamente le strade scelte dai produttori di piattaforme. Nel caso di Sony non si è mai parlato di ecosistema, i servizi hanno ricoperto un ruolo marginale e l'obiettivo si è invece stretto attorno a PlayStation 5, un po' come accadeva sul finire degli anni '90. In effetti, quando si ha finalmente PS5 sotto mano, ci si rende conto che l'approccio della casa giapponese è profondamente legato alla concezione più classica.



PlayStation 5 desidera ardentemente presentarsi come una cosa nuova. Risulta nuova nell'estetica, rovesciando completamente la tradizionale stilistica della casa giapponese; risulta nuova nella user-experience, che tradisce la volontà di staccarsi dal passato; risulta nuova nel controller, che promette e dimostra di voler cambiare profondamente la percezione del giocatore; per finire risulta nuova anche nell'hardware, che sceglie di non puntare sulla forza bruta della GPU per imboccare un sentiero tangenziale.



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6 novembre 2020 alle 14:12