Tempesta in casa Ubisoft: il Town Hall della dirigenza fallisce nel rassicurare i dipendenti
Non c'è pace per Ubisoft. Dopo i recenti scossoni finanziari e i rinvii dei titoli di punta, il colosso francese ha cercato di correre ai ripari con un Town Hall meeting (un'assemblea aziendale interna) volto a ristabilire la fiducia. Tuttavia, secondo quanto riportato da Tom Henderson su Insider Gaming, l'incontro si è rivelato un “esperimento fallito”, lasciando i dipendenti più frustrati e incerti di prima.
Le testimonianze raccolte tra oltre una dozzina di dipendenti anonimi parlano di una dirigenza abile nello “schivare le domande” e nel riciclare vecchi comunicati, proprio mentre l'azienda attraversa una delle crisi d'identità più profonde della sua storia.
Il pugno di ferro sul rientro in ufficio
Il punto di maggiore attrito riguarda l'obbligo di rientro in ufficio 5 giorni su 5. Il CEO Yves Guillemot ha difeso la scelta parlando di maggiore “efficienza, innovazione e velocità”, citando i presunti benefici già riscontrati con il precedente modello a 3 giorni.
Tuttavia, quando i dipendenti hanno chiesto dati concreti che dimostrassero l'aumento di produttività legato alla presenza fisica, la risposta di Marie-Sophie de Waubert (Chief Studios & Portfolio Officer) è stata piuttosto vaga, limitandosi a citare concorrenti come Rockstar e Activision Blizzard che hanno già adottato politiche simili. La chiusura è stata netta: Ubisoft non prenderà in considerazione la settimana corta o modelli a 4 giorni in ufficio.
Tagli al personale: “Significativamente meno dipendenti” entro marzo
Un altro tema caldissimo riguarda i licenziamenti. Sebbene il CFO Frederik Duguet abbia smentito la cifra di 2.000 esuberi ipotizzata dai rumor, ha ammesso che Ubisoft procederà con una “ristrutturazione mirata” per ridurre i costi.
Il dato inquietante emerso è che entro marzo 2026, il numero totale dei dipendenti sarà “significativamente più basso” rispetto ai 17.097 registrati a settembre 2025. Non sono state fornite cifre esatte, lasciando un alone di incertezza su migliaia di posti di lavoro.
Vendita delle “Creative Houses”: uno scenario possibile
Ubisoft sta riorganizzando i suoi studi in cinque grandi Creative Houses. Ma cosa succederà se una di queste non dovesse generare profitti? Duguet non ha escluso la soluzione più drastica:
“Vendere una Creative House sarà una possibilità. Se troveremo un partner motivato con una visione a lungo termine e un'importante iniezione di capitale, è qualcosa che prenderemo in considerazione.”
Questa apertura alla cessione di asset interni segna un cambiamento di rotta importante per un'azienda che, fino a poco tempo fa, faceva dell'indipendenza e dell'espansione interna il suo vanto.
Un corto circuito comunicativo
La dirigenza ha ammesso un errore: molti dipendenti hanno appreso delle novità strutturali dai media prima ancora che dai canali interni. Cécile Russeil (Executive VP) ha promesso che in futuro i comunicati stampa verranno inviati simultaneamente allo staff, ma ha ricordato che, in quanto società quotata in borsa, Ubisoft ha obblighi di riservatezza verso gli investitori che spesso complicano la trasparenza interna.
Il clima in azienda
Il sentimento prevalente tra le fila di Ubisoft sembra essere un mix di rabbia, tradimento e disillusione. Con oltre 300 domande presentate e un tasso di partecipazione record al Q&A, è chiaro che la forza lavoro chiede risposte che i vertici non sembrano ancora pronti (o intenzionati) a dare.
Mentre il “vascello” di Yves Guillemot cerca di ritrovare la rotta, l'equipaggio appare sempre più stanco di navigare a vista.
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