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Don't Mess With Bober – Recensione Speedrun

Bober è più o meno il suono con cui si pronuncia la parola castoro in polacco, e questo è il primo motivo per cui un gioco che vede come antagonista un castoro assassino si chiami Don't Mess With Bober anziché Don't Mess With the Beaver. Il termine polacco è anche oggetto di un meme su internet, nato da un video in cui un ragazzo imprecava di meraviglia vedendo un castoro, un fenomeno che ha dato il via a una serie di immagini e battute che forse hanno interessato più il mondo dell'est Europa che il nostro. In ogni caso, da queste due premesse si capisce quale sia l'origine del videogioco di cui stiamo per proporvi la recensione, un vero e proprio gioco-meme che voleva cavalcare un fenomeno ma che non aveva le forze, i fondi, la fantasia, o un mix di tutto questo, per diventare un videogame degno di tale nome.



Attenti al castoro



Don't Mess With Bober ha una durata compresa tra i 30 e i 60 minuti, come dichiarato dagli sviluppatori e come abbiamo verificato controller alla mano. È bene anticiparlo qui perché si tratta del principale limite all'acquisto di un titolo che viene proposto a circa 10 euro e che rischia di diventare una trappola per chi pensa che si tratti di una piccola perla, seppur molto breve. La brevità, infatti, non è accompagnata da temi profondi, meccaniche strabilianti, rigiocabilità infinita o una trama da mandare in pappa il cervello. Parliamo di una innocua camminata in una foresta con una, e sottolineiamo una, singola situazione vagamente videoludica.



Il protagonista che impersoniamo con visuale in soggettiva arriva a bordo della sua auto in una casa nel bosco, sulla riva di un fiume, di proprietà di un suo amico. La casa si apre con la chiave che troviamo sotto al tappeto. Dopo aver raccolto dei rifiuti, usciamo per gettare il sacco in un bidone che, cadendo nel fiume, distrugge la diga di rami costruita da un castoro, che da quel momento ci dichiara vendetta. Dopo aver pescato qualche pesce senza un reale motivo dovremo riattivare la corrente con un generatore per entrare nel seminterrato della casa, prima di essere inseguiti e ritrovarci in una caverna, uscendo dalla quale affronteremo l'unica vera sfida del gioco prima di vedere i titoli di coda.



La sfida, nello specifico, ci vede impegnati in un'area nella quale alcuni container definiscono una sorta di labirinto immerso nell'oscurità, nel quale il castoro gigante si muove alla nostra ricerca. Dovremo recuperare attrezzi da tre banchi di lavoro senza farci scoprire per aprire un cancello, poi attivare in sequenza tre interruttori, sempre evitando lo sguardo dell'animale. Superata questa prova avremo accesso alla barca che ci condurrà alla salvezza e alla fine del gioco, dopo una sorta di battaglia finale che si riduce al lancio di cinque esplosivi contro al castoro prima che possa saltarci addosso da diverse direzioni.



Un gioco-meme



Il gioco è tutto qui, letteralmente. Un walking simulator ambientato in un mondo che graficamente non è neanche pessimo, ma che rimane confinato entro aree ben delimitate e ristrette e che non propone quasi niente da fare, oltre a non trasmettere alcuna emozione. Gli strumenti ci sono, ma non vengono utilizzati. L'atmosfera che si crea di notte, mentre andiamo a recuperare la benzina per alimentare il generatore, si sarebbe prestata a momenti di tensione, che in realtà vengono trascurati. Vengono inseriti elementi per creare una sorta di trama, ma non c'è assolutamente niente che spinga a porsi domande, né che approfondisca quello che alla fine risulta come un blando riempitivo.



Anche la sezione di fuga dal castoro è mal realizzata ed è il vero motivo per cui il gioco può richiedere qualche minuto in più. Recuperare un attrezzo richiede di interagire qualche secondo con ogni banco di lavoro. Se in questo frangente il castoro ci passa accanto inizierà a inseguirci ed è praticamente impossibile sfuggirgli, anche nascondendosi rapidamente in uno degli armadietti che in teoria sono messi lì apposta per consentirci di salvarci. Si muore di continuo e trovare la giusta congiuntura che ci consente di andare avanti risulta frustrante, aggiungendo negatività a un gioco che per il resto non propone niente.



In questo tipo di esperienze si chiude un occhio di fronte alla possibilità di conquistare un trofeo di Platino senza sforzo e a poco prezzo. Non è il caso di Don't Mess With Bober, che propone sì una lista trofei corta e preziosa, completabile in pochi minuti con una videoguida per i collezionabili, ma che ha un prezzo che non risulta proporzionato né ai contenuti che propone, né alle disponibilità di chi si abbandona facilmente ai “Platini comprati”. Oltre a stare alla larga da Bober, insomma, meglio stare attenti anche al gioco che lo vede come protagonista.




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