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Good Girls (stagione 3) - recensione

Mai stata facile la vita delle casalinghe americane nei loro sobborghi eleganti. A Detroit, Michigan, tempi di crisi costante post 2008, due sorelle e un'amica d'infanzia, accomunate da una situazione finanziaria disastrosa, si improvvisano rapinatrici, per risolvere i gravi problemi delle rispettive famiglie, sentendosi finalmente padrone della loro vita. Ma non sono delle professioniste e innescano una serie di conseguenze tragicomiche che diventeranno sempre più tragiche e meno comiche.



Situazioni assurde e sopra le righe sono messe in scena con ritmo, in un contesto realistico che scivola nel grottesco per una serie noir, leggera ma non del tutto. Perché non si pensi a una versione pulp delle famose Desperate, qui oltre alla componente crime troviamo un ritratto della media borghesia americana che nel corso delle stagioni si è fatto più mirato.



Perché le certezze barcollano o proprio crollano, le aziende vanno in crisi e si perde il lavoro, quello che resta sono impieghi da poco, sottopagati, umilianti, soggetti a ricatti anche sessuali (e non solo uomo vs donna ma anche viceversa). Intanto le bollette si accumulano, il muto va pagato sennò la Banca porta via la casa dove nel frattempo si è fatto più di un bambino, nel Sogno da Mulino Bianco. Ma la stessa Banca si guarda bene dal fare prestiti a chi volesse iniziare una nuova attività per salvarsi la vita. Così ogni introito finisce immediatamente assorbito per coprire i sospesi più vitali. E se c'è un guaio che riguarda la salute, si scopre la truffaldina inefficienza della compagnia di assicurazione pagata fino a quel momento. Insomma, In Debt We Trust.



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8 agosto 2020 alle 14:10