Il dilemma della longevità nei videogiochi - editoriale
Ormai siamo arrivati alla nona generazione di console per videogiochi, il medium ha raggiunto la sua piena maturità, e chi queste opere interattive le crea per mestiere si è fatto un'idea piuttosto precisa di ciò che funziona agli occhi del pubblico. Stiamo parlando di elementi che vanno ben oltre quelle che possono essere le mode del momento, di caratteristiche che, nel bene e nel male, saranno sempre e comunque passate al microscopio da un'immensa mole di appassionati.
Certo, numerosi publisher salgono sul carrozzone del genere più in voga in un determinato periodo, sia esso il battle royale o il gioco di carte collezionabili, ma in questo caso stiamo parlando di sviluppatori, non di produttori. E uno sviluppatore a certe cose ci pensa eccome: la durata del gioco sarà sufficiente per mantenere elevato il tasso di engagement? Ci sono abbastanza contenuti successivi alla conclusione dell'offerta principale? Che tipo di impatto avrà la proposta, specialmente se distante dal canone del mercato moderno?
Longevità, engagement, produzione di contenuti nel lungo periodo, offerta collaterale: questi sono ormai elementi essenziali di qualsiasi produzione, un vero e proprio motore nascosto che ha dato vita alla maggior parte dei contemporanei modelli di business. Siamo nell'epoca dei giochi come servizi, dei roguelike di lusso, dei pass battaglia, dei titoli che offrono più contenuti di quanti l'utenza ne riesca ad affrontare, che sono tutti figli della stessa madre, ovvero la quantità di tempo libero che riescono a sottrarre agli appassionati, ormai divenuta la vera misura del successo.
